Vi racconto mio marito, il Papu

Il faro dell’Atalanta si chiama Alejandro Gomez. Il numero 10 ogni domenica è decisivo sul campo, ma per capire fino in fondo chi è il nuovo capitano della Dea siamo andati a casa sua e abbiamo parlato con chi lo conosce meglio di tutti: sua moglie Linda.

Linda, chi è il Papu?
«Io posso parlare di Alejandro. Ho capito quando l’ho conosciuto che sarebbe stato un padre e un marito eccezionale. Ha dei valori unici, a casa per me è solo Ale. È allegro, divertente, sempre positivo. Non si preoccupa mai di nulla. Io magari mi trovo a dire “Cavolo, guarda cosa è successo”, e lui subito arriva con un sorriso e mi dice “Non preoccuparti, vedrai che tutto si risolve”. Sta sempre con un libro in mano e legge tantissimo. Ogni mattina legge i giornali e cerca notizie, appena qualcosa lo stuzzica si fionda su Google e approfondisce. È molto curioso».

 

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Si porta il lavoro a casa?
«Mai. Io capisco se c’è qualcosa che non va, leggo i giornali e quindi posso immaginare anche cosa lo preoccupi ma lui prima elabora e poi ci confrontiamo. È silenzioso. Lascia passare un paio di giorni e poi mi racconta. Io sono molto diversa, parlo tutto il tempo. Poi credo che ognuno di noi, quando arriva a casa e trova una famiglia serena e sorridente, sia felice. E a casa fa un po’ di tutto, anche in cucina».

È bravo anche ai fornelli?
«In Argentina ha seguito un corso per 3 mesi, non è uno che si mette lì e inventa una super cena di pesce, però ci mette grande impegno. Se vuole cucinare una pasta, cerca su internet una ricetta e ci lavora: vuole sempre inventare salse, spesso molto piccanti o con l’aglio. Le cose semplici non gli piacciono».

All’inizio non è stata una storia semplice…
«Quando ci siamo fidanzati andavo ancora a scuola, mi mancavano 2 anni per finire le superiori e lui giocava nelle giovanili dell’Arsenal. Ho iniziato Architettura in una scuola privata, per 3 anni e mezzo siamo stati vicini ma quando lui è andato al Catania io non potevo muovermi perché dovevo finire gli studi. Piangevo ogni giorno, mi mancava, ma non potevo mollare. Credo sia importante che la compagna di un calciatore abbia voglia di fare un suo percorso. Non per forza nello studio, ma nella vita. Bisogna continuare a coltivare delle aspirazioni, cercare di crescere senza sedersi: è facile godersi la bella vita quando tutto va bene. Ma quando tutto finisce? Cosa resta? Se per 20 anni segui solo il calciatore, quando i bambini diventano grandi tu non hai in mano nulla».

 

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In Ucraina come è andata?
«Quando siamo tornati in Ucraina a marzo dopo la sosta, siamo rimasti pochissimo perché c’era la guerra. È stato incredibile, alle 22 ci siamo messi a comprare biglietti aerei su internet per lasciare subito la città, abbiamo trovato una soluzione per arrivare a Milano via Kiev. Alle 4 del mattino dopo eravamo su un taxi, Bauptista era piccolo ed è stato davvero un momento difficile. L’acqua non era buona, era dura perfino lavarsi».

Cosa la fa arrabbiare di Alejandro?
«È estremamente distratto. Devo sempre ricordargli mille volte la stessa cosa. E ancora il giorno dopo, “Hai avvisato questo? Hai chiamato l’altro?”. Sono sempre lì a ricordargli tutto».

Solo questo?
«No, c’è anche dell’altro. Ale non vuole mai parlare con uno che non conosce. Se deve inviare due maglie con un corriere, non chiama lui direttamente Bartolini o Dhl. Mi dice: “Linda, puoi farlo tu?”. E io non capisco che problema ci sia. Oppure se siamo alla reception di un albergo e bisogna parlare con qualcuno, manda avanti sempre me».

Lei come vive le partite?
«Non mi spavento, ormai lo conosco e quando vedo un intervento capisco subito come stanno le cose. “Dai, qui un po’ si è buttato”, mi dico. Guardo tutte le partite con interesse ma non sono una che si sbraccia o che si agita: vicino a me c’è il piccolo Bautista che invece vive tutto con grandissimo trasporto. Adesso sono molto più attenta rispetto ai tempi di Catania, guardo i moduli e le posizioni. Non mi scappa nulla».

 

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L’inaugurazione di Perform.

 

C’è qualcosa di particolare che amate fare nel giorno di riposo?
«Al lunedì i bambini sono a scuola e noi mangiamo da McDonald pane, uova e bacon. È la nostra colazione. Siamo molto impegnati ma ci prendiamo del tempo per noi».

È un bravo papà?
«Certo, se non ci sono io, lui se la cava in tutto. Compresi i pannolini. Quando torna dall’allenamento gioca a palla con Bauptista oppure si siede a terra e gioca con la piccola Coty (Costantina, ndr). Fino a quando è il momento di mangiare, lui si ferma con loro. Gli piace tantissimo».

A Bergamo come si trova?
«Molto bene. A Catania era più facile perché c’era il mare come riferimento, ma anche qui mi trovo molto bene. Bergamo non è Milano e nemmeno Buenos Aires, è molto più piccola e tranquilla. Oggi preferiamo vivere in una realtà così».

C’è qualcosa di suo che il Papu porta sempre con sé?
«Gli ho preparato una tabellina con i bonus legati a gol e assist e se la porta sempre in ritiro, gioca con una sottomaglia che ha la nostra foto e ultimamente gli disegno anche le fasce da capitano. In ogni partita ne ha una diversa, sono tutte particolari e personalizzate».

 

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Papu e Bauptista giocano a calcio.

 

Cosa dobbiamo ancora scoprire di lui?
«È un capitano vero, non uno di quelli che corre dall’arbitro per protestare. Quando parla cerca di dire cose importanti. Di trasmettere i suoi valori. Dà tutto quello che può, ma se qualcuno lo delude con lui ha chiuso».

A sentirla parlare, sembrate la coppia perfetta
«Stiamo assieme da 12 anni, capita di discutere magari per delle stupidate ma dopo poco tutto passa. Però non si ricorda nemmeno una data, dimentica tutto. Perfino il mio compleanno».

Tra 10 anni come vi vedete?
«Magari lui sarà verso la fine della carriera ma abbiamo la fortuna di avere sempre tante idee. Dopo Perform, ora vogliamo portare a Bergamo un ristorante fast food argentino che un amico ha aperto a Milano. A Bergamo stiamo bene e cerchiamo sempre di vivere il presente, se vogliamo fare qualcosa ci ragioniamo assieme e iniziamo. Perché aspettare? Ale ha un’immagine qui a Bergamo, perché non puntarci?».

Come spiega ai bimbi cosa fa il papà?
«Coty è ancora piccolina, Bauti invece ha iniziato a capire qualcosa. Quando guarda le figurine riconosce il papà, quando lo vede in televisione dice “Guarda, c’è Papu Gomez”. L’altro giorno l’ho sentito a scuola calcio dire ad un suo amico “Sai chi è mio papà? Papu Gomez”. Fa un certo effetto».

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