Vita e morte di Lea Garofalo
la donna che sfidò la ‘ndrangheta

Il 18 dicembre la Prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Maria Cristina Fiotto, ha confermato i quattro ergastoli emessi dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 25 maggio 2013 a carico di Carlo Cosco, Vito Cosco, fratello di Carlo, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Per Carmine Venturino, invece, confermati i 25 anni di carcere in ragione dello sconto di pena per le sue dichiarazioni. Le pene e le condanne sono dunque diventate definitive. Questi cinque uomini sono stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Lea Garofalo, l’ex compagna del boss ‘ndranghetista Carlo Cosco, che per le sue denunce fu torturata e uccisa vicino a Monza il 24 novembre 2009. L’avevano rapita, seviziata per farla parlare e infine uccisa, per poi dare fuoco al suo cadavere in un campo nei pressi di San Fruttuoso, frazione del Comune di Monza. I resti del cadavere furono ritrovati solamente nel 2012, grazie alle testimonianza di Venturino. Si chiude così la tragica storia di una donna che ha fatto del coraggio la stella polare della sua vita e che per questo ha pagato con enormi sofferenze e la barbara morte di cui è stata vittima.

 

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Chi era Lea Garofalo. «Una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue»: con queste parole Enrico Fierro presenta il libro Il coraggio di dire no. Lea Garofalo la donna che sfidò la ‘ndrangheta, scritto da Paolo De Chiara. E in quelle parole c’è riassunta tutta l’essenza di Lea Garofalo, una donna che decise di ribellarsi alla vergogna, al sangue, all’infamia, alla ‘ndrangheta, che pure, da sempre, faceva parte della sua vita, della sua famiglia.

Lea Garofalo nacque nel 1974 a Petilla Policastro, provincia di Crotone. Suo fratello, Floriano Garofalo, era il boss del cosca locale. Un potere che estendeva le sue braccia anche a Milano. Lea era invece legata sentimentalmente a Carlo Cosco, altro elemento di spicco della ‘ndrina. Da lui, nel 1991, aveva anche avuto una figlia, Denise. Nonostante Lea vivesse completamente immersa, circondata, dalla criminalità, non condivise mai quel modo di osservare il mondo, la violenza ingiustificata e indiscriminata. Fu così che decise di parlare alla polizia, di ribellarsi. Nel 1996, con un blitz ben orchestrato, gli inquirenti diedero un duro colpo al clan Garofalo, con l’arresto di vari membri, tra cui Floriano, il boss e fratello di Lea. Nel 2002 la donna e sua figlia vennero ammesse al programma di protezione dei testimoni di giustizia. Iniziarono le fughe, i segreti e le coperture sotto false identità. La prima tappa fu Campobasso e proprio qui Lea decise di testimoniare contro il cognato Giuseppe Cosco e il suo ex compagno, Carlo Cosco, accusandoli dell’omicidio di Totonno U lupu. Firmò la sua condanna a morte, molto probabilmente, quel giorno.

L’amore bastardo. Dal 2002 al 2006 Lea e Denise vissero sotto protezione, in località segrete. Poi, nel 2006, lo Stato ci mise il suo zampino: nonostante la testimonianza della donna avesse portato all’accusa dei fratelli Cosco, venne decisa la revoca del programma di protezione per Lea e la figlia perché l’apporto dato alle indagini non era stato significativo. Per la donna iniziò così una nuova battaglia, quella processuale, per poter assicurare almeno a sua figlia Denise una protezione adeguata. Il Tar, inizialmente, le diede torto, mentre successivamente il Consiglio di Stato le diede ragione. Nel dicembre del 2007 venne riammessa al programma. Come disse però qualche anno dopo agli inquirenti la figlia Denise, «l’amore è bastardo»: Lea, infatti, nonostante fosse ben a conoscenza delle nefandezze compiute dall’ex compagno Carlo Cosco, non poteva dimenticare che quell’uomo era il padre di sua figlia, una persona con cui aveva condiviso parte della sua vita e, soprattutto, che le aveva donato il regalo più bello, cioè Denise. Era il 2009 quando Lea Garofalo, stanca di continuare a fuggire, di nascondersi, di cambiare nome, decise di fidarsi di Cosco e rinunciare al programma di protezione testimoni per cui, appena tre anni prima, aveva tanto lottato. Era aprile e i contatti con l’ex compagno ripreso subito. Tanto che, il 5 maggio 2009, Lea contattò proprio Carlo Cosco quando le si ruppe la lavatrice. L’uomo le disse che le avrebbe mandato lui un idraulico suo amico. Peccato che Massimo Sabatino non era un idraulico, bensì la persona incaricata da Cosco per rapire Lea. Ma il tentativo fallì, perché, ancora una volta, Lea non si arrese e lottò, riuscendo a mettere in fuga il rapitore. Le indagini si rivolsero subito contro Cosco, ma Lea non voleva crederci. Non ora che aveva ridato fiducia a quell’uomo, non ora che era tornata a voler credere nell’amore, almeno in quello di un padre per la propria figlia. Così, quando a novembre Carlo Cosco invitò nella sua abitazione in via Montello 6, a Milano, Lea Garofalo per parlare della situazione della figlia Denise, lei decise di andarci. Alcune telecamere, nei pressi del cimitero Monumentale, riprendono Lea e Denise dirigersi verso l’abitazione dell’ex compagno: sono gli ultimi fotogrammi della vita di Lea.

 

Milano: omicidio - donna sciolta in acido

Carlo Cosco.

 

La tragica scomparsa. Cosco aveva studiato tutto nei minimi dettagli: pochi giorni prima aveva noleggiato un furgoncino da dei cinesi e mentre Lea e Denise si stavano recando alla sua abitazione, rapì l’ex compagna. La Garofalo fu portata in un capannone dismesso da Massimo Sabatino e Carmine Venturino. Lì iniziò l’inferno: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Cosco, insieme al fratello Vito e Rosario Curcio, cominciò a torturare Lea, per punirla della sua ribellione e per farsi dire tutto ciò che aveva già dichiarato agli inquirenti. Poi, dopo diverso tempo e diverse sevizie, la uccisero e carbonizzarono il cadavere. Ciò che restava del corpo fu abbandonato in un campo nei pressi di San Fruttuoso, una frazione di Monza. Le indagini partirono immediatamente e a ottobre 2010 fu spiccato un mandato d’arresto per Carlo Cosco e i suoi complici con l’accusa di essere i responsabili della scomparsa di Lea Garofalo. Il suo cadavere, infatti, venne ritrovato solamente nel 2012. Nel frattempo, Denise, distrutta dal dolore, era tornata a vivere in Calabria, a casa di una zia. In quel periodo si era fidanzata con un giovane della zona, Carmine Venturino. Un giorno, mentre i due sono insieme, i Carabinieri fanno irruzione nella loro casa e arrestano il ragazzo: «È uno degli assassini di tua madre» le dicono. Iniziò il processo e come testimone chiave l’accusa chiamò a deporre proprio Denise: come aveva fatto 15 anni prima sua madre, anche Denise decise di ribellarsi alla violenza che la circondava.

La fine dell’incubo. Il 30 marzo 2012 il processo si concluse con la condanna di tutti i 6 imputati e il riconoscimento delle accuse di sequestro di persona, omicidio e distruzione di cadavere, ma non l’aggravante mafiosa. I giudici condannarono all’ergastolo con isolamento diurno Carlo Cosco e suo fratello Vito, all’ergastolo e ad un anno di isolamento Giuseppe Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise. Quando si andò davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, Venturino decise di parlare: «Ho fatto questa scelta per amore di Denise, perché sapesse come sono andate le cose nell’omicidio di sua madre, perché Denise occupa il primo posto nel mio cuore» dichiarò in aula. Il suo racconto fu straziante: «Mentre il corpo bruciava, spaccavamo le ossa con una pala. Le era entrata nella carne e lei aveva molti colpi in faccia, una parte della faccia era schiacciata». Carlo Cosco, nel frattempo, aveva confessato l’omicidio. Il 28 maggio 2013 la Corte d’assise d’appello di Milano conferma 4 dei 6 ergastoli inflitti in primo grado. Porta a 25 anni di reclusione la pena per Carmine Venturino e assolve per non aver commesso il fatto Giuseppe Cosco. Il 18 dicembre 2014, finalmente, la conferma delle condanne inflitte agli assassini con la pronuncia della Prima sezione penale della Corte di Cassazione.

 

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Durante il processo sono state rese note alcune annotazioni che prese Lea Garofalo nel lontano 1992, poco dopo la nascita della figlia Denise: «So solo che la mia vita è stata sempre niente, non gliene è mai fregato niente a nessuno di me, non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno, sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, ed è mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno». E così è stato. Perché Denise, che ancora oggi vive sotto protezione, in una località segreta e sotto falso nome, ha avuto la fortuna di avere una madre che le ha insegnato quali sono i veri valori della vita. E nonostante tutto il dolore che ha provato, nonostante le fiamme dell’inferno in cui è passata, potrà andare sempre orgogliosa di sua madre, la donna che ebbe il coraggio di dire no alla ‘ndrangheta.