Il riscatto di Giordy si chiama laurea
Se la volontà è più forte di tutto

È un ragazzo come tutti gli altri, né più né meno. Vive a Gandino, ha da poco compiuto 29 anni e fa il meccanico nell’officina del papà. È un po’ timido, ma ha un sorriso che conquista. Si chiama Giordano Lanfranchi, per gli amici Giordy. Ci sediamo su una panchina per parlare. «Che panorama! Vedi quella cascina laggiù? Appartiene alla mia famiglia da circa seicento anni. Fino agli anni ‘50/’60 era abitata da una quarantina di persone, ora è disabitata, ha fatto la fine di molte case patriarcali italiane». Si vede subito che gli piace la storia. Da sempre. «Nel 2014 mi sono iscritto da non frequentante alla Statale di Milano, alla triennale in Storia contemporanea, e mi sono laureato pochi mesi fa. Adesso ho intenzione di iscrivermi alla magistrale, sempre in Storia. Voglio continuare il percorso. Ma già esser arrivato fin qui è molto, non ci credevo nemmeno io. Ma dovevo farlo, era come una sorta di rivincita. Volevo dimostrare a me stesso che ero ancora in gradi di realizzare i miei sogni».

 

[Lo striscione dedicato a Giordano dai suoi amici per la laurea]

 

Hai festeggiato con i tuoi amici?
«È stata una bellissima festa, è venuta molta gente. Ho ricevuto moltissimi regali, tutti mi sono stati vicini. Hanno preparato uno striscione con scritto questa frase di Publilio Siro: “A volte un momento restituisce ciò che molti anni hanno tolto”. Sono parole che mi rappresentano, sono significative per me. Dopo la festa sono stato a Londra qualche giorno con gli amici».

A chi dedichi questo traguardo?
«Alla mia famiglia. Hanno seguito con entusiasmo la mia carriera universitaria, accompagnandomi a Milano per fare gli esami o sostituendomi in officina quando dovevo studiare. Devo ringraziare soprattutto mia sorella Cristiana, che mi ha aiutato a organizzare lo studio. Io e lei abbiamo un rapporto speciale, litighiamo sempre, ma solo io posso litigare con lei».

L’altro tuo grande amore è l’Adamello.
«Ci sono salito per la prima volta prima dell’incidente, è stato il giorno più emozionante della mia vita. L’anno scorso, per il mio compleanno, sono risalito sulla Lobbia Alta (montagna del Gruppo dell’Adamello, ndr) con un amico e ci ho impiegato più di otto ore. La fatica maggiore è stata scendere, sono anche scivolato per qualche metro e non riuscivo più a rialzarmi, ho avuto paura di farmi male di nuovo».

Ma è andata bene.
«La prossima volta sarà meglio farmi accompagnare da più persone. Qualcuno potrebbe pensare che io sia avventato, considerando le condizioni precarie del mio equilibrio, ma io ce la metto tutta per fare ciò che facevo prima. Voglio fare ancora alpinismo. L’Adamello è stato anche l’argomento della mia tesi, che spiega la Guerra Bianca raccontata dagli appassionati in cento anni di storia, dal 1918 al 2018. Un dettaglio: il mio voto di laurea è proprio 100, non sarei stato altrettanto soddisfatto se avessi preso 99 o 101. Sono molto orgoglioso, questo punteggio, vuol dire che mi sono impegnato molto. Del resto la posta in gioco era alta».

Mi racconti in breve l’incidente?
«Era la sera del 7 settembre 2013. Ero in auto con la mia ragazza, stavo guidando forte, ci trovavamo a poca distanza da casa. L’auto è sbandata contro un muro e si è capottata. Alcune persone hanno visto l’incidente, tra cui anche Jacopo Caccia e Nicola Bertasa, due ragazzi del paese che passavano di lì. L’auto ha preso fuoco ma loro hanno ignorato il pericolo e hanno trascinato via dall’abitacolo prima la mia ragazza e poi me. Hanno rischiato la vita per salvarci, anche se l’auto stava per esplodere e la gente che ha assistito all’incidente urlava ai ragazzi di non avvicinarsi. Uno di loro, Jacopo, è stato assunto da mio padre in officina ed è rimasto a lavorare con noi fino a gennaio di quest’anno. È stato un modo per ricompensarlo, anche se nessuna ricompensa potrà mai essere degna del suo atto di coraggio».

 

[Giordano (a sinistra) e Jacopo Caccia, uno dei due ragazzi che hanno salvato Giordano,
nell’officina della famiglia Lanfranchi]

 

Come è stata la ripresa?
«Lenta e faticosa, anche se in realtà il tempo è volato, sono già passati quasi cinque anni. Nel primo anno rifiutavo le mie condizioni, mi sentivo poco più di un invalido. Ogni mattina era una sfida, la paura mi prosciugava le energie. Poi sono riuscito a farmi coraggio, ho cominciato la riabilitazione e andavo anche in piscina, poi ho smesso perché dovevo studiare. A un certo punto ero così motivato che ho fatto nove esami in otto mesi!».

Cosa è cambiato in te dopo l’incidente?
«Tutto. Non sono più lo stesso di prima. Ora penso tanto al futuro, guardo avanti, prima vivevo di più il presente. Prima una previsione a lungo termine era, al massimo, mensile. Mi divertivo come tutti i miei coetanei, andavo a ballare e facevo tardi, bevevo in compagnia. Adesso sono diverso. Prima dell’incidente non pensavo nemmeno di iscrivermi all’Università».

Eppure una cosa non è cambiata: fai ancora il meccanico.
«Sì, da oltre dieci anni. Amo il mio lavoro, anche se posso fare meno cose rispetto a prima dell’incidente. Non riesco più a restare tutto il giorno in officina, mi stanco presto. Però posso fare qualcos’altro. Ad esempio, mi piacerebbe seguire dei corsi di aggiornamento per il mio lavoro, specifici sulla parte elettronica e meccatronica e di gestione d’impresa. Vorrei continuare l’attività di famiglia in questo modo. Oggi un’azienda funziona quando ognuno ha il suo compito e i suoi obiettivi. E io voglio fare la mia parte».

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