Tania che si tuffa nell’oro
(seguendo il mito del papà)

Ce la ricordiamo tutti, Tania, quando era una bimbetta e dal quel trampolino dei sogni alto alto si lanciava a testa in giù, e tutti noi trattenevamo il respiro, e le parole si facevano silenzio tesissimo finché lei non finiva in acqua e l’acqua zampillava giusto un pochino, perché i giudici sono severi se non sei leggera come una farfalla. Ce le ricordiamo tutti la piccola Tania, ché era il 2002, era Berlino, e il cielo anche quella volta lì era diventato azzurro azzurro, come una bella giornata d’estate. Ce la ricordiamo mentre abbassava di tanto così la testa, e al collo le infilavano una medaglia, che quel giorno era d’argento, ma era anche la prima di una carriera bella, qualche volta di una durezza troppo severa per una come Tania, la piccola Tania. Ce la ricorderemo ora che è diventata una donna, perché a ventotto anni non sei più bambina, ce la ricorderemo vincere l’oro a questi Europei di Berlino. Sì, ancora Berlino, e Tania che sorride e dice che non ci crede di essere arrivata sin qui, «con tante soddisfazioni e tante esperienze, e ce n’è stata qualcuna pure andata male, però eccomi qui».

Già, eccola qui, Tania Cagnotto. La solita ragazza con il visino limpido e lo sguardo innocente. Che per fare l’intransigente una volta si è fatta fotografare senza costume e senza vestiti. Oggi ha un fidanzato «che per fortuna non fa parte del mondo dello sport». Vive assieme a lui e la casa l’ha arredata lei. E’ cresciuta. Giusto una volta, una soltanto l’abbiamo vista con il broncio, con le lacrime ferme agli angoli degli occhi, che non volevano venire giù perché sarebbe stato troppo persino per noi, abituati a certe sconfitte. Alle Olimpiadi di Londra aveva perso l’ultima possibilità di portarsi via una medaglia, l’unica che manca e ci vorrebbe davvero per coronare una carriera fulgida e splendente. Ci era andata così vicina, con quei due quarti posti – uno nel trampolino 3 m e uno nel sincro – che l’attimo dopo tutti noi abbiamo compreso cos’è il senso di ingiustizia nello sport. Papà Giorgio era corso ad abbracciarla. L’aveva stretta forte, stai tranquilla, le aveva detto. E lei aveva nascosto la faccia tra le sue braccia, come faceva quando era davvero una bimba.

Quella di Tania è una storia cocciuta. Aveva quattro anni la prima volta che provò a tuffarsi. Era stato per gioco, perché i bambini emulano i genitori, e i genitori di Tania sono stati campioni di tuffi tutti e due. Allora si mise in testa di diventarlo anche lei, voleva vincere le Olimpiadi a quindici anni, ma Giorgio e Carmen cercarono in tutti i modi di farle cambiare idea. Meglio di no, troppi sacrifici. Evidentemente non ci riuscirono, perché Tania è andata avanti, allenandosi con costanza, rinunciato spesso a una vita normale, senza smettere mai di salire su quel trampolino e di gettarsi nel vuoto acrobatico della vita. Ogni volta, migliaia di volte. Ha avuto ragione lei. Con quella conquistata mercoledì a Berlino fanno venti medaglie. L’ha sempre allenata papà, uno che ai Giochi di medaglie ne ha invece vinte quattro e ancora oggi è uno dei simboli sportivi più brillanti che abbiamo visto in Italia. Erano gli anni Settanta, e questo Paese credeva ancora in qualcosa. In sé stesso, prima di tutto.

Ma quella di Tania è anche una storia arcaica, di gesti tramandati da padre in figlia. Pazientemente. Giorno dopo giorno. Tutti noi abbiamo la presunzione di credere nella casualità delle cose. Però a pensarci bene c’è sempre una ragione perché le facciamo: che sia per imitazione o per contrapposizione non fa molta differenza. E se poi ce le insegnano è meglio. Nel destino di Tania c’era un padre campione e un trampolino da cui saltare, ma possibile fosse tutto così prevedibile? «Il valore assoluto dei miei genitori l’ho capito dai giornali, dalle storie che ho letto, dai filmati che ho visto. Loro non “se la sono mai tirata”. Non mi hanno mai mostrato filmini, o ricordato con nostalgia i loro tempi», ha detto una volta Tania. Ora lo sa, adesso che è grande davvero.