Dedicata a Mino Favini l’Accademia
del settore giovanile atalantino

La famiglia Percassi ha deciso di intitolare a Mino Favini la nuova casa del Settore Giovanile al Centro Bortolotti di Zingonia. La nuova palazzina si chiamerà “Accademia Mino Favini”. Lo ha annunciato il direttore operativo dell’Atalanta, Roberto Spagnolo, durante la conferenza stampa di presentazione dei lavori di riqualificazione dello stadio. «La memoria del grande Mino – riporta il sito ufficiale dell’Atalanta –, oltre che nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, resterà indelebile nei luoghi dove ha cresciuto e fatto diventare prima uomini e poi calciatori, tanti ragazzi del settore giovanile nerazzurro, e sarà di ispirazione per tutte le generazioni future». I funerali del maestro Favini si sono svolti venerdì 24 aprile a Meda. Riportiamo l’articolo scritto dal direttore Xavier Jacobelli su Tuttosport (foto di Paolo Magni per Tuttosport).

 

GRAZIE MINO PER SEMPRE

di Xavier Jacobelli

La mano di Antonio Percassi tocca lievemente il feretro di Mino Favini, prima che Claudio Galimberti, il Bocia e gli altri ragazzi della Curva Nord Atalanta, lo sollevino per trasportarlo fuori dalla grande chiesa di Santa Maria Nascente, gremita di fedeli. Il presidente della Dea è commosso, come il figlio Luca, il Numero Due del club di cui Mino è stato per un quarto di secolo il mentore del vivaio. A Meda, il suo ombelico del mondo, si celebrano funerali di popolo. Sobri, toccanti, degni della semplicità di «un uomo unico. Un uomo vero», come dice Gianpaolo Bellini, uno dei suoi magnifici ragazzi. L’ex capitano dell’Atalanta resiste alla commozione che si legge sui visi di Giorgio e Stefano, i due figli di Mino e dei loro cari. La Messa è celebrata dal parroco di Meda, don Fabio Ercoli e da don Fausto Resmini, cappellano del carcere di Bergamo, il prete degli ultimi, l’anima del Patronato San Vincenzo, dove sono cresciute generazioni di giovani atalantini.
Don Ercoli legge e commenta la parabola dei talenti, il vangelo di vita di Mino. «Lui ha dedicato la vita al talento. Ci vogliono persone come Mino che aiutino i giovani a scoprire per quali valori valga la pena vivere». Bellini rimarca: «È stato educatore, padre, allenatore, consigliere. Ci ha insegnato a essere uomini».
L’ha insegnato a molti che ora sono qui, in chiesa. Alcuni sono cresciuti con lui, altri hanno lavorato con lui, altri ancora hanno imparato da lui: Riccardo Montolivo, Mattia Caldara, Giacomo Bonaventura, Inacio Pià, Silvano Fontolan, Gianfranco Matteoli, Alessandro Scanziani, Roberto Galia, Simone Braglia, Beppe Marotta, Giorgio Vitali, Giovanni Sartori, Maurizio Costanzi, Giorgio Perinetti, Angelo Massola, Giovanni Invernizzi, Marco Sinigaglia, Oreste Didoné, Stefano Colantuono. Giocatori, dirigenti, tifosi venuti da Bergamo, da Como, da Milano e anche da molto più lontano, come il Bocia, che ora vive e lavora nelle Marche: «Ma non potevo non essere qui. Favini è l’Atalanta e lo sarà per sempre».

Giovedì sera, a Bergamo, prima che la Dea battesse la Fiorentina e guadagnasse una storica finale di Coppa Italia, in 25 mila hanno reso omaggio a Favini. Quei lunghissimi striscioni in Curva Pisani e in Curva Morosini grondavano gratitudine e rispetto. Pisani e Morosini: anche loro ragazzi di
Mino. «Gli saremo grati per sempre e la finale di Coppa Italia è dedicata a lui», sussurra Percassi.
Da Roma arriva il messaggio di Pierpaolo Marino: «Ho lavorato per quattro anni a Zingonia e ho avuto la fortuna di conoscere Mino, di pranzare con lui ogni giorno, imparando da lui che cosa significhi essere uno scopritore di talenti, ma, soprattutto, uno straordinario educatore di uomini».
La messa è finita. Antonio Comi e Silvano Benedetti, qui a nome del Toro, il cui gagliardetto è alle pareti della chiesa, accanto al sampdoriano e guarda quelli di Milan, Atalanta, Como, Lega di A e Inter, allineati l’uno accanto all’altro. Comi sa che cosa voglia dire crescere nel vivaio. Esalta Favini: «Tutto il calcio italiano deve essergli riconoscente». Laura, nipote di Eugenio Bersellini e di Mino, è in chiesa con la sorella Barbara.«Grazie, zio, per tutto ciò che ci hai insegnato. E per avere vissuto tutta la tua vita con la gentilezza».
Quando il feretro esce sul sagrato, l’applauso è breve, intenso, rispettoso. Mino avrà gradito: lui che, per farsi ascoltare, non aveva bisogno di alzare la voce.

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