Ilaria, un inno alla vita
silenzioso e dirompente

Foto di copertina di Marco Badilini

 

È incredibile. Ilaria Galbusera, 26enne di Sorisole da poco trasferitasi a Bergamo, capitano della Nazionale italiana volley femminile sorde che due settimane fa ha conquistato un’inattesa medaglia d’argento ai Giochi Olimpici Silenziosi di Samsun (Turchia), ha l’accento bergamasco. «Lo so! Cioè, me lo dicono, ma non me lo so spiegare. Non so neppure come suoni l’accento di Bergamo, ma ce l’ho», risponde ridendo quando glielo faccio notare. Un’altra cosa incredibile di Ilaria è la serenità che emana. Sarà il tono, sempre pacato ed educato («Mio fratello dice che dovrei cambiarlo un po’, ma ci riesco solo quando mi arrabbio»), o più probabilmente il sorriso con cui racconta la sua vita, quella di una ragazza sorda profonda sin dalla nascita, figlia di madre udente e padre sordo, che ha trasformato un limite in una forza emotiva strabordante. Ilaria è un vulcano di idee e un vero scrigno di aneddoti e incontri. È incredibile (di nuovo, sì) come dal suo mondo di silenzio possa nascere tanto bellissimo suono. Un po’ quel che è successo con il video nel quale Ilaria e compagne cantano l’inno italiano con la lingua dei segni: in poche ore è diventato virale.

 

 

Te lo saresti mai aspettato?
«Assolutamente no. Sai, in squadra ci sono vari tipi di sordità: c’è chi è bilingue come me (voce e segni, ndr) e chi solo uno o l’altro. L’inno ognuna lo cantava come voleva. Questa volta abbiamo pensato che sarebbe stato carino se tutte l’avessimo cantato con la lingua dei segni. E così anche chi non lo sapeva s’è messa di impegno e lo ha imparato. È stato bello vedere questa disponibilità da parte di tutte. Speriamo che questo exploit serva a dare visibilità a tutto il movimento».

Sei d’accordo con chi lo ha definito “commovente”?
«Quando c’è di mezzo la disabilità si punta sempre su aggettivi di maggior impatto emotivo… Non tutti capiscono che anche noi, a nostro modo, “sentiamo” l’inno. E lo cantiamo».

Com’è stato essere capitano? Difficile?
«È stato un orgoglio, innanzitutto. Difficile no, ma nemmeno semplice. È una bella responsabilità. Ho dato il massimo, in campo sono una tipa grintosa, anche se a vedermi così non si direbbe…».

Fuori dal campo com’è Ilaria?
«È figlia di tante esperienze».

Cioè?
«Sono nata sorda da mamma udente e papà sordo. Anche i genitori di mia mamma sono sordi. Mio fratello Roberto, invece, è udente. Hanno scoperto che ero sorda quando avevo 7 mesi, per caso. Appena possibile ho messo le protesti acustiche e ho iniziato un percorso di logopedia. Ho sempre frequentato scuole normali e non ho mai avuto problemi. Cioè, lasciando stare qualche presa in giro, ma va be’, quelle ci sono sempre. Adesso sto finendo gli studi in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, mi manca solo un esame… Nel frattempo lavoro, ma in un campo che non c’entra niente con i miei studi. Mi piacerebbe lavorare nel mondo dell’organizzazione e sponsorizzazione di eventi culturali e sportivi, il problema è che devo usare il telefono…».

Quali altre cose, per noi “normali”, per te sono un problema?
«Al cinema non vado, è come guardare dei pesci in un acquario. E poi il citofono di casa: devo installare quello con la luce. La stessa cosa vale per la sveglia: ne ho presa una che vibra e la tengo sotto al cuscino. Più che una sveglia, è un carrarmato. Quando vivevo ancora a casa, mio fratello la odiava. Fa più casino di una sveglia normale».

 

E non poteva mancare un selfie sul podio di noi due, le “veterane”. In maglia azzurra da quando abbiamo 16 anni. Ne sono…

Pubblicato da Ilaria Galbusera su Lunedì 31 luglio 2017

 

Che rapporto hai con tuo fratello?
«È più grande di me di quattro anni e quando sono nata per lui non è stato facile: tutte le attenzioni erano rivolte a me. Poi ha capito che la sorellina aveva bisogno di aiuto e allora veniva con me dalla logopedista. È stato lui a insegnarmi a dire la erre, che di solito, con la esse e la zeta, è una lettera che noi sordi non riusciamo a pronunciarla perché difficilissima da vedere nel labiale. Abbiamo un bel rapporto, sì. È maturato prima dei suoi coetanei».

Oltre che un bel rapporto, è una bella storia.
«Sì, infatti è diventata anche uno spettacolo teatrale per bambini».

Veramente?
«Sì, per caso. Ho conosciuto questa ragazza, attrice del Teatro Prova, s’è appassionata alla mia storia ed è nato il progetto».

Quindi, riepilogando: studentessa, lavoratrice, giocatrice di pallavolo, capitano della Nazionale, sceneggiatrice…
«Ho partecipato anche alla realizzazione di un documentario che sta girando l’Italia».

Davvero?
«Sì, anche se detta così sembra che me la tiri (ride, ndr). Si intitola Il rumore della vittoria e parla di sei ragazzi con sordità diverse. Ha già vinto tre premi e due menzioni speciali».

Ti manca solo un libro.
«Ecco, quello no. Non sono molto brava a scrivere».

Sei sempre stata così intraprendente?
«Uh, per niente! Da ragazzina ero l’opposto. Ho sofferto tantissimo da adolescente. Non accettavo la mia sordità. Gli altri ascoltavano la musica, si parlavano al telefono, e io non potevo. Mi sentivo esclusa».

E poi?
«E poi mi sono detta: “Ma vaffanculo! ”, e sono cambiata. Ho capito che vale la pena vivere la vita fino in fondo».

 

 

Quanto ti ha aiutata la pallavolo?
«Moltissimo. Ho iniziato a giocare a pallavolo perché vedevo mio fratello che si divertiva praticando questo sport. Poi un’amica mi ha detto che c’era – no anche squadre per sorde. Io non ne volevo sapere, era il periodo in cui non accettavo la sordità. Alla fine mio fratello mi ha convinta a provare ed è cambiato tutto. C’erano ragazze più grandi di me realizzate nella vita, e vedendo loro ho capito che si poteva fare».

Tu giochi anche con normodotate, vero?
«Sì, per giocare nella Nazionale sorde devi giocare in una squadra normale, oltre che essere iscritta a una squadre registrata al campionato nazionale sordi».

Che differenze ci sono?
«Tra sorde, per regolamento, si gioca senza protesi. E nel silenzio devo ammettere che gioco molto meglio. Per il resto sostituiamo il lato visivo a quello uditivo. Invece che gridare “mia! ”, ci sbracciamo. Anche perché abbiamo una visuale di gioco più ampia, per abitudine. Per il resto, invece, cambia poco… Ah, c’è un interprete in campo, per capire bene ciò che dice l’allenatore».

Serve?
«Alessandra, la nostra coach, quando è incazzata parla troppo veloce per leggerle il labiale. Quindi sì, serve» (ride, ndr).

Vi aspettavate l’argento?
«Ma no, assolutamente. Alessandra è arrivata a settembre e da subito ci ha trattate da professioniste. Abbiamo lavorato sodo ed è nato un rapporto che ci ha portate a un miglioramento incredibile».

Sono state una bella esperienza queste Olimpiadi?
«Bellissima. Eravamo 97 nazioni, 3.181 atleti. A parte il mangiare, che era sempre e solo pollo e riso, e la pasta che sapeva di plastica, per il resto è stato bellissimo vivere il villaggio olimpico e confrontarsi con atleti di altri Paesi che vivono la tua stessa situazione».

Ti piacerebbe fare esperienze all’estero?
«Amo viaggiare, ma a livello lavorativo per me è complicato. So l’inglese, anzi diciamo che mi faccio capire, ma non riesco a comprendere il labiale purtroppo. Però conosco persone sorde che, nonostante le difficoltà, ce l’hanno fatta e le invidio molto, sono state molto brave».

Hai comunque viaggiato.
«Abbastanza».

 

 

Il viaggio più bello?
«Il primo. A 20 anni sono stata in Australia. E mamma era disperata».

Ci credo. Come mai proprio là?
«A dirlo quasi mi vergogno… Avevo vinto un concorso di bellezza internazionale, Miss Mondo Sorda, e quello era il premio».

E perché te ne vergogni, scusa?
«Boh, non sono proprio il tipo da concorsi di bellezza. Però era una promessa che avevo fatto a mia nonna, che in quel periodo non stava molto bene».

E…
«E niente, ho partecipato solo perché lei ci teneva e siccome non stava bene non volevo darle un dispiacere. Tre mesi prima dell’evento purtroppo venne a mancare e io non volevo più andarci. Alla fine mi convinsero. E ho vinto. Secondo me c’è stato il suo zampino da lassù…».

Ci sono domande che vorresti non ti facessero più?
«A me piace ricevere domande, significa che c’è curiosità. Alcune però mi fanno ridere, tipo quando mi chiedono se so guidare».

Be’, tu ad esempio i clacson non li senti, giusto?
«E invece li sento. Ma solo quando voglio io».

Furba.
«Mia madre dice sempre che sono sorda solo quando voglio io».

Insomma, te ne approfitti.
«Eh, sì. A volte sì, lo ammetto. È l’unico vantaggio» (ride, ndr).

Quando incontri nuove persone, percepisci della diffidenza verso di te o il tuo problema?
«Ti giro la domanda: eri un po’ in ansia prima di incontrarmi?».

Diciamo che temevo di poter avere delle difficoltà nell’intervistarti.
«E invece non c’è nessun problema, vedi? C’è molta ignoranza, purtroppo, sulla sordità. È normale. Ma approcciarsi a una persona sorda è più semplice di quel che si possa pensare» .

Tu ne sei l’esempio perfetto.
«Questo è un bellissimo complimento, grazie».

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