L’irresistibile calcio inglese

È altamente probabile che questa sera (giovedì 9) se il dio del calcio non fa un altro dei suoi fantastici scherzi, ci si ritrovi con quattro squadre inglesi a giocarsi le finali delle due coppe continentali. Una performance di cui non era mai stato capace nessuno: curioso che questo accada proprio nei tempi confusi della Brexit… Comunque vadano le cose, anche se qualche scherzo dovesse maturare, sono bastate le due semifinali di ritorno di Champions, di cui siamo stati spettatori increduli martedì e mercoledì, per ribadire come il calcio inglese abbia un qualcosa in più del calcio che si gioca negli altri campi del mondo. È uno sport che ha una particolare familiarità con la leggenda, e questo indipendentemente dal fatto di essere vincente: perché c’è chi ha vinto di più e con più continuità.

 

 

Quando mercoledì sera il Tottenham al novantaseiesimo minuto ha messo nella porta dell’Ajax la palla che lo porta alla finale di Madrid si è materializzato qualcosa che a tutti gli effetti era da considerarsi nell’ordine dell’impossibile. Cinquanta minuti prima dagli spogliatoi dello stadio di Amsterdam era uscita una squadra virtualmente (e anche onorevolmente) a fine corsa. Sotto complessivamente di tre gol, sul campo della formazione di quei giovani fenomeni che avevano annichilito Real Madrid e Juventus. C’era da gestire in modo dignitoso l’ultimo pezzo di quella sfida evidentemente fuori portata. Invece dagli spogliatoi è uscita una squadra con una diversa idea in testa: quella di tentare l’impossibile. E così è stato, nello sconcerto dei ragazzini dell’Ajax che mai avrebbero immaginato che nel calcio potesse esserci quest’altra componente: il non darsi mai per sconfitti.

 

 

Il calcio inglese è qualcosa di diverso dal calcio “normale”. Per dirla in una parola, è uno sport praticato da irriducibili. Cioè da giocatori capaci di moltiplicare qualità e intelligenza nei momenti più inaspettati. Lo si è visto quando sul magico prato dell’Anfield, al trentaquattresimo minuto del secondo tempo un terzino di cui prima della partita, onestamente, non conoscevamo nulla, Alexander Arnold, batteva il corner più geniale della storia. Con una finta si è allontanato dal pallone per allentare la pressione dei predestinati campioni del Barcellona. Poi in un istante è tornato sui suoi passi, lanciando la palla al compagno lasciato libero in mezzo all’area. Gli altri, i predestinati, erano ancora voltati di spalle e si sono accorti di quel che era accaduto dal boato impressionante della folla.

 

 

L’irriducibilità non è solo una qualità psicologica. È anche una magia. È credere sempre che il calcio possa essere capace di magie. Una di queste magie, forse la più bella, è quella che fa di undici giocatori una cosa sola. Cioè, nel senso pieno della parola, una squadra. Non è questione di schemi o di tattiche (come dice sempre Fabio Capello, gli inglesi si allenano pochissimo). È altro. È capacità di cavalcare l’onda con cui il destino ti sta spingendo. È convinzione che la palla in avanti ha più chance della palla laterale o di quella di alleggerimento. È osmosi totale con chi sugli spalti tifa per te ed è già pronto a perdonarti se le cose non dovessero andare. Perché è chiaro che comunque tu, sul campo, hai dato tutto. Se poi si vince, allora è come fare esperienza del paradiso. Infatti come altro si possono definire quei dieci lunghissimi minuti a fine partita con i giocatori del Liverpool abbracciati davanti alla curva che cantava “You’ll never walk alone”? Chi non vorrebbe vivere un momento di paradiso così?

 

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