Martin Luther King, il «sogno»
Cinquant’anni dopo il Nobel

«Voglio che tu ricordi che nessun povero stupido bastardo ha mai vinto una guerra morendo per il suo paese. L’ha vinta facendo in modo che altri poveri stupidi bastardi morissero per il loro paese.» (George S. Patton Jr., La guerra come l’ho conosciuta)

Ricordare il pacifista Martin Luther King jr. aprendo con la frase di un uomo innamorato della guerra come il Generale Patton – il generale d’acciaio, nel titolo di un film – potrà sembrare a qualcuno fuori luogo. Ma nessuno potrà negare che quella condotta dal Reverendo dell’Alabama sia stata una guerra, ancorché combattuta senza ricorrere alle armi da fuoco, almeno da parte sua.

 

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Così come è stata – la vicenda di MLK – una guerra contro la legge: un altro aspetto da non dimenticare, celebrando il cinquantesimo del suo Nobel per la pace. Che gli fu conferito – stando alla motivazione ufficiale – fondamentalmente per non esser venuto meno ai suoi principi nonostante le violenze subite e le minacce di morte a lui e alla sua famiglia. Condivise – violenze e minacce – con la gente nera che partecipava alle marce cinquant’anni fa e che continua a morire oggi, come documentano se non altro i fatti di St.Louis MO di cui abbiamo dato notizia su questo giornale. Ma se – contrariamente a quanto pensava Patton – morire per la propria causa è un valore, allora Martin Luther King jr. è stato un valoroso. Con una macchia indelebile sul suo curriculum: quando fu assassinato, sul ballatoio del secondo piano del motel di Memphis (Tennessee) dove si trovava in attesa che cessasse l’allarme bomba sul volo che avrebbe dovuto prendere, il profeta dei diritti civili dei neri d’America stava fumando. Una colpa che molti oggi, negli States, non gli perdonerebbero.

Chi era Martin Luther King. Ma chi fu l’uomo di cui tutti coloro che erano giovani negli anni Sessanta ricordano almeno l’attacco di un discorso («I have a dream…») come ricordano le prime parole di una canzone in inglese coloro che non sanno l’inglese? Un nero del sud, che nacque come Michael King ad Atlanta (Georgia) il 15 gennaio 1929, da un predicatore battista e da una maestra. Momento essenziale all’uscita dall’infanzia un viaggio – nel 1934 – in Terra Santa e in Europa dove, nella Germania nazista, rimase folgorato dalla figura di Martin Lutero, il riformatore di cui assunse scherzosamente il nome con cui sarebbe poi diventato famoso. Ma in famiglia continuarono a chiamarlo Mike o con l’acronimo ML (Emél). Finita la guerra (WWII, come la chiamano gli americani) nel 1948 si trasferisce a Chester (Pennsylvania) per studiare teologia, sulle orme del padre. È bravo e così vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofia a Boston. Qui conosce Coretta Scott, che sposa nel ’53 e che continuerà a tradire sistematicamente per il resto della vita. Se esistesse un Nobel per la Famiglia dovrebbero darlo a Coretta.

La svolta. Nel 1955, la svolta. A Montgomery, il 2 marzo, alcuni bianchi saliti su un autobus pretesero che l’autista facesse scendere quattro donne nere che occupavano posti a sedere non riservati, cioè destinati indistintamente a bianchi e neri. Una di loro, la quindicenne Claudette Colvin, si rifiutò di obbedire, ma fu immediatamente arrestata. Il 1º dicembre Rosa Parks, per la stessa ragione, subì la stessa sorte. La comunità nera si ribellò (incendi di autobus, vetrine fracassate,…) e la polizia sparò ad alzo zero.

L’azione non violenta per i diritti civili. ML ne prese spunto per avviare, d’accordo col Governo, l’azione non violenta che doveva farne – assieme al bianco e irlandese presidente JF Kennedy, a papa Giovanni XXIII e al Segretario del PCUS Nikita Krusciòv – una delle icone di quegli anni di scontri all’ultimo sangue, confusione da Ombelico del Mondo (Jovanotti) e, insieme, di speranze di pace.
Nel 1957 fonda la Southern Christian Leadership Conference. Ripeteva: «Siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione. Se protesterete con coraggio, ma anche con dignità e con amore cristiano, nel futuro gli storici dovranno dire: laggiù viveva un grande popolo, un popolo nero, che iniettò nuovo significato e dignità nelle vene della civiltà».
Più volte arrestato e minacciato di morte – come si è detto – continuò a organizzare manifestazioni che si concludevano, il più delle volte con violenze (da parte della polizia) e arresti di massa. Il 28 agosto 1963, durante la marcia su Washington, il suo discorso più famoso «I have a dream…» («Ho un sogno»). Nel 1964 il Nobel per la pace.

 

 

La militanza pacifica contro il Vietnam. Due anni dopo si trasferisce a Chicago, si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste – è l’anno del dialogo a distanza con Malcom X, il profeta delle Pantere Nere -: inevitabile l’entrata in collisione con la Casa Bianca.
Altrettanto inevitabile – per converso – l’entrata nel pantheon dei movimenti pacifisti americani in cui confluivano soprattutto i giovani ostili a quella guerra nelle risaie del Sud Est Asiatico di cui nessuno avrebbe mai capito bene l’utilità. Per King è la consacrazione.

L’uccisione e la triste storia dell’assassino. Il 4 aprile del 1968 – il mondo non immaginava nemmeno quel che sarebbe successo solo un mese dopo, in Europa – la morte. ML era a Memphis TN per partecipare ad una marcia unitaria (bianchi e neri insieme) degli spazzini della città di Elvis Presley. Stava parlando con alcuni collaboratori sulla veranda del Lorraine Hotel quando fu raggiunto da alcuni proiettili calibro 30-06. Il presunto sparatore fu arrestato solo due mesi più tardi a Londra. Si chiamava James Earl Ray e protestò di non essere stato lui a sparare. Promise però di fare il nome dell’assassino. Promessa non mantenuta perché la notte seguente fu accoltellato nella cella in cui era detenuto. Lo stesso scenario (il presunto assassino che viene ucciso da un altro assassino mentre si trova nelle mani della polizia) che aveva accompagnato – tre anni e mezzo prima, dicembre 1964 – la morte del suo alter ego bianco, il presidente Kennedy.