Matteo Rossi saluta e lascia

«Sono contento di quello che ho fatto e sereno per quello che non sono riuscito a fare. Come si dice nello sport, esco avendo dato tutto».

E basta?
«Sono fiero di essere stato il quindicesimo presidente della Provincia di Bergamo. Ringrazio chi ha percorso con me questo cammino e chiedo venia alle persone a cui non siamo riusciti a risolvere i problemi. Tutti insieme abbiamo sempre onorato la maglia».

Matteo Rossi saluta dopo quattro anni alla guida della Provincia di Bergamo. L’arrabbiatura per la mancata elezione in Consiglio regionale sembra essere stata smaltita. E ora è il momento di tirare le somme. Partendo dalla fine.

Presidente, è soddisfatto di quanto fatto?
«Ogni giorno di questi quattro anni abbiamo provato a impostare un’idea di nuova Bergamasca. E penso che ce l’abbiamo fatta».

Dopo aver visto la bozza del nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (Ptcp), Confindustria non è parsa proprio d’accordo…
«Sul tema della visione urbanistica dove noi scommettiamo in modo forte sulla riduzione e lo stop al consumo di suolo, gli industriali hanno avuto una reazione secondo me esagerata».

Come mai?
«Forse perché sta montando un clima anti-industriale e si sentono attaccati. Però io ripeto quello che ho detto a loro: siamo stati e saremo alleati di Confindustria nel definire quello che serve veramente, ovvero scalo merci e un collegamento più veloce tra Bergamo e Treviglio. Ma io, come Provincia, devo trovare un equilibrio e la terra è una risorsa essenziale per una nuova economia che in questo territorio sta dando lavoro a tanti giovani».

Si farà la Bergamo-Treviglio? Lei era contrario…
«Se la Regione avesse voluto davvero realizzare quel progetto, l’avrebbe fatto. Invece siamo ancora qua a parlarne. Un nuovo collegamento serve, ma bisogna anche ascoltare le voci contrarie all’idea di autostrada voluta da Pirovano. Il progetto iniziale avrebbe devastato l’agricoltura della Bergamasca. Noi abbiamo un’altra idea, che allegheremo al Ptcp. C’è il rischio che la pianura diventi soltanto un grande punto della logistica».

C’è un’alternativa?
«Un equilibrio che consideri anche il ruolo che può avere l’agricoltura multifunzionale. Il che vuol dire riuscire a mettere insieme produzione, innovazione, tradizione ed esportazione delle tipicità locali. L’economia della terra, in pianura, è un tema che deve essere centrale tanto quanto è stato centrale, negli anni scorsi, il tema delle infrastrutture».

Le valli invece?
«Abbiamo lavorato tanto per le nostre montagne. Il sogno è che i giovani di quei territori possano pensare a un futuro lì, senza essere costretti a scappare. Non dico di aver risolto i problemi, anzi, ma nel poco o tanto che ho fatto, be’, ci ho creduto».

Nel frattempo continua a crescere l’hinterland.
«E proprio per questo va sostenuto il lavoro che ha svolto Giorgio (Gori, ndr), che ha aumentato l’integrazione istituzionale con i Comuni confinanti alla città per i servizi e le scelte strategiche Ha lavorato ridando fiato al progetto della Grande Bergamo».

 

 

A proposito di Gori: com’è andato il rapporto con lui? I vostri predecessori hanno spesso litigato.
(Ride, ndr) «Credo sia stata l’epoca in cui Comune e Provincia hanno litigato di meno. E ciò anche se io e Giorgio abbiamo caratteri forti ma diversi. Però, se oggi siamo qua a raccontare che abbiamo portato a casa 70 milioni per realizzare la Ponte-Montello, o se finalmente è partito l’iter per rifare il rondò dell’uscita dell’autostrada, o se, dopo anni di lamentele, sono state finalmente abbassate le tariffe dei parcheggi del nuovo ospedale, è perché la voglia di fare qualcosa di buono insieme c’è sempre stata ed è prevalsa rispetto alle nostre differenze caratteriali».

Quindi spera che Gori si ricandidi?
«Io considero Giorgio già ricandidato. E sono al suo servizio per aiutarlo».

Gli vuole dare un consiglio?
«Non ne ha bisogno. Dico soltanto che il Pd nazionale può aspettare, mentre la città ha bisogno di lui».

Sta dicendo, quindi, che Gori sta pensando a un ruolo al vertice del partito?
«Dico solo che il Pd, per rinascere, deve ripartire da amministratori come Giorgio o come Del Bono a Brescia. Ma perché ciò avvenga, serve che loro, adesso, si concentrino sulle città».

Ci dica invece chi sarà il suo successore in Provincia.
(Ride, ndr) «Ah, saperlo! Spero che sia qualcuno che sappia unire invece che dividere. C’è tempo fino al 10 ottobre per presentare le liste, ma al momento vedo prevalere il tentativo, anche comprensibile, di collocare l’esperienza di un’istituzione territoriale in uno schema politico nazionale. E questo mi preoccupa. La Provincia, in quanto rappresentazione del territorio, dovrebbe essere considerata su di un livello completamente diverso».

I suoi “amici” di Forza Italia sono passati dall’altra parte ora.
«Forza Italia in questi anni s’è presa un bel pezzo di responsabilità. E io credo che di questo dovrebbero esserne orgogliosi e rivendicarlo. Vedo che c’è attenzione a costruire un’alleanza di centrodestra in vista delle prossime amministrative. Anche qui: legittimo e comprensibile, ma secondo me dalla politica bisognerebbe pretendere qualcosina in più del legittimo e comprensibile. E apprezzo chi sta lavorando in questa direzione».

Ci troveremo quindi una Provincia divisa?
«Chiunque vinca, vincerà per pochi voti. E già questo dovrebbe portare le forze politiche a mettersi tutte al servizio del nuovo presidente. Dopodiché, è vero, per ora la proposta unitaria non ha fatto breccia. Continuo però a pensare che la stragrande maggioranza degli amministratori bergamaschi si aspetti collaborazione. E siccome…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 11 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 4 ottobre. In versione digitale, qui.

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