Noi nelle Fiandre con il Tricolore
… e il puntino rosa là davanti vola

Stranamente era una domenica che prometteva sole quella di ieri a Bruxelles. Con un gruppo di amici si decide di prendere il treno, caricando le bici, per andare sul percorso di una delle superclassiche del ciclismo: il Giro delle Fiandre, che qui, in terra fiamminga, si chiama Ronde van Vlaanderen. Si scende a Ghent e poi, pedalando, in un paio d’ore si arriva sul percorso leggendario. Ci siamo portati dietro una bandiera italiana, anche se qui un italiano non vince da dodici anni. La compagine di partenza vede allineati tutti i più forti ciclisti del mondo, quelli che in queste “classiche monumento” si trasformano in veri e propri lupi, pronti a divorare, a forza di muscoli e di temperamento, gli avversari. I nomi, per chi si intende un po’ di ciclismo, sono di quelli da far tremar le vene: Peter Sagan, il “lupo” numero 1, Niki Terpstra, che aveva vinto qui di prepotenza lo scorso anno, Greg Van Avermaet, Alexander Kristoff, Mathieu van der Poel. Tutti personaggi che si sono spartiti i podi degli ultimi anni. Per correre il Fiandre occorre lasciare da parte la paura. Bisogna stare in sella per quasi sette ore e combattere per 22 volte sui “muri”, salitelle a strappo di pochi chilometri o anche meno, in gran parte con pavimentazione a ciottoli. Ultimo dettaglio: lungo questi “muri” si assiepano quasi un milione di spettatori, che spesso stringono la strada riducendola a un corridoio.

 

 

Il vantaggio di essere arrivati qui in bicicletta è quello che ci si può spostare da un muro all’altro, per seguire la corsa in più punti. Per le prime ore i passaggi son tranquilli e bellissimi, con quella fantasmagoria di maglie colorate che sfilano a gran velocità, pedalando gomito a gomito. Poi, man mano che il tempo trascorre vediamo il gruppo assottigliarsi. Qualche ciclista di seconda fila tenda un allungo per avere un po’ di gloria e di visibilità dalle telecamere. Ma i “lupi” azzannano implacabilmente tutti quegli spiriti ingenui e avventurosi. Noi siam lì con il nostro bandierone bianco, rosso e verde. Lo sventoliamo anche per festeggiare la vittoria di un’italiana, Marta Bastianelli, al Fiandre femminile che si era corso in mattinata. Già ci basta. Tra un passaggio e l’altro si segue la corsa via internet. Si vede Van der Poel, uno di quelli dati come più in forma, cadere malamente: ma qualche chilometro dopo è di nuovo lì a far digrignare le sue ruote in prima fila. Il gruppetto assottigliato ora ha una ventina di corridori. Tra loro c’è una maglia rosa che fa molto Italia. È un corridore della squadra Education First, non ha mai vinto una gara, ma di lui tutti parlano benissimo. Ha 25 anni, quindi è il più giovane di quel plotone. È italiano. Sui cellulari lo vediamo sempre in buona posizione, attento a non perdere il treno giusto.

 

 

Noi ci appostiamo sul Paterberg, il più terribile dei muri, a poco più di dieci chilometri dal traguardo. Uno strappo brevissimo, ma con il 22 per cento di pendenza. Riusciamo a prendere la prima fila. Sul cellulare intanto seguiamo i corridori sul penultimo muro, l’Oude Kwaremont, più lungo e con pendenza più addomesticabile. È su quel muro che a un certo punto quella maglia rosa scappa via a tutti. Uno scatto in salita che tramortisce tutti i “lupi”. Così Alessandro Bettiol prende quel centinaio di metri di vantaggio che poi da buon cronometrista gestisce sino all’attacco del Paterberg. È lì che ci sfila davanti agli occhi, con quella sua pedalata solitaria e potente. Imbocca il tratto al 22 per cento con meravigliosa agilità e poi sparisce dietro la curva. Chi insegue a una quindicina di secondi procede un po’ sgomento. Il puntino rosa là davanti invece vola… E noi con lui, con orgoglio italiano al vento in mezzo a quel mare giallo di vessilli fiamminghi. Questa volta i “lupi” hanno avuto pane per i loro denti.

 

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