Il nostro grazie a Michela Moioli
nel giorno più bello della sua vita

Niente arriva per caso, te lo devi guadagnare. C’è il peso del destino nelle lacrime di Michela Moioli, lassù, dal gradino più alto del podio a questi Giochi invernali di PyeongChang. Lo stesso destino che le aveva negato quel podio quattro anni fa e che lei è andata a riprendersi con la fatica e la ragione, il sentimento e l’anima. Non voleva l’argento o il bronzo, lei era qui per l’oro. Lo aveva capito prima di volare in Corea, aveva immaginato la partenza, la gara, lo sgomitare con le avversarie, poi i sorrisi, le lacrime, la gioia. Ma è stato dopo aver visto il successo di un’altra azzurra (Arianna Fontana, nello short track) che Michela ha realizzato di potercela fare. «Le donne sono le donne, abbiamo una marcia in più. Aver visto vincere Arianna mi ha dato la carica e mi sono detta: “Non voglio argento o bronzo, io sono qui per l’oro”. È così che è andata».

 

 

Immedesimarsi è un’arte. Ancor più sottile di quella propugnata dal maestro dei maestri: «I mediocri imitano, i geni copiano» (Picasso). Lo sport è una sequenza infinita di copioni, gente che si immedesima nella vittoria che è stata di un altro. È il desiderio di voler raggiungere l’impossibile, il voler essere il migliore. “Anche io posso farcela” diventa un credo. Ma l’equilibrismo è difficile, servono talento e volontà. Il resto è dedizione. «Avevo visto la gara degli uomini e avevo avuto paura: ieri sera ho pianto, poi sotto la doccia mi sono fatta un discorso automotivante, sono stata a cena con la mia famiglia e ho dormito serena. E oggi è stato tutto perfetto». Il cervello umano funziona così: ripone in piccoli cassetti le esperienze. Arriva il momento in cui bisogna andare a prenderle, gettare via le negative e affidarsi al resto. Quattro anni fa, a Sochi, Michela imparò il dolore: in finale si fece male quando sembrava aver già l’oro al collo. «Lì ho perso tutto, mi sono dovuta ricostruire». Per farlo ha scelto nuovi modelli, tutti positivi: amicizie, manager, un nuovo preparatore (Matteo Artina) che le ha spiegato come essere acqua qualche volta, perché in gara occorre adattarsi. Come fa l’acqua in un recipiente.

E naturalmente la famiglia, modello per eccellenza. «La dedica di questa medaglia va a loro, perché da loro è partito tutto. Li volevo tutti qui, a festeggiare o piangere, ma ho preteso che fossero qui: mia mamma e mia sorella che si è appena sposata e mi aveva detto che il viaggio era impegnativo, costava troppo. “Ve lo pago io, ma dovete stare con me”, le ho detto. Ed è stata una delle scelte più belle della mia vita». In questo gioco di immedesimazione ci siamo anche noi tifosi, che esultiamo, piangiamo, saltiamo sul divano. Abbiamo vinto medaglie che non sono nostre e che pure sembrano in qualche modo appartenerci. È una magia che capita all’Olimpiade, che rende tutto così meravigliosamente collettivo. Spesso i campioni olimpici raccontano di venire fermati per strada e di sentirsi dire: “Grazie, mi hai fatto piangere”. È il punto di vista che cambia, è l’energia che si propaga nell’aria e arriva fino a noi. Per cui, grazie Michela Moioli. Ci hai fatto emozionare.

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