A piedi per 330 chilometri in 75 ore
Bosatelli vince a pastasciutta e birra

Oli Bosa, come lo chiamano i suoi fans, al secolo Oliviero Bosatelli, ha infiammato il Tor des Géants (Giro dei giganti in patois valdostano) e spento gli avversari. Del resto non poteva essere diversamente, per uno che fa il mestiere di vigile del fuoco. L’atleta, anzi, il Gigante, di Gandino, ha messo il motore al massimo a Cogne, dopo 106 chilometri di gara, e non ha mai più scalato le marce. Giù “a manetta”, come dicono i suoi colleghi di lavoro arrivati da Bergamo non a sirene spiegate ma quasi. Il quarantasettenne (ribattezzato per l’occasione “Braccio di Ferro”) ha tagliato il traguardo, in via Roma, nel cuore di Courmayeur, da dove il Tor era partito domenica mattina alle 10, nel tempo complessivo di 75 ore e 10 minuti. Niente male per coprire i 330 chilometri del percorso e i 24 mila metri di dislivello insalita. Insomma, più che un caterpillar, una Formula 1. Il più immediato concorrente è arrivato dopo 5 ore: si tratta dello spagnolo Oscar Perez.

Un campione della maturità. A luglio ha vinto l’Orobie Ultra Trail, e l’anno scorso è arrivato secondo, battendo fior di campioni internazionali. Un passato nella corsa e nella maratona, si è “convertito” ai trail solo da un paio di anni, ottenendo il quinto tempo assoluto nella storia del Tor des Géants alla sua prima partecipazione. E ora ha vinto. «Ad attenderlo al traguardo . scrive AostaSera – ci sono una cinquantina tra amici, colleghi e compagni dei suoi due team, arrivati appositamente da Bergamo e che hanno creato il fan club “Braccio di Ferro”, vista la sua somiglianza con il personaggio dei cartoni animati. “Più che braccio di ferro, direi stomaco di ferro: va avanti a pasta asciutta e birra”, dice di lui Giorgio Pesenti, patron del team Valetudo. E infatti al Rifugio Bertone, a pochi chilometri dall’arrivo, ha fatto una sosta più lunga del previsto: “Ho avuto un calo e mi sono dovuto fermare a mangiare un risotto alla parmigiana e bere una birra”. Bosatelli non ha dormito per niente, ma mantiene ancora una certa lucidità: “Il mio lavoro come vigile del fuoco mi abitua a turni massacranti, e sono comunque una persona molto dinamica. Quando mi siedo o mi sdraio crollo, perché il mio corpo capisce che se mi fermo è perché sono stanco. Adesso mi tiene in piedi l’adrenalina”. Durante il tragitto è sempre stato ugualmente lucido, al punto di essere lui a preoccuparsi per la moglie Nadia e chiederle se avesse dormito e mangiato. Anche sul palco dell’arrivo si invertono i ruoli, con lei: “Come ha vissuto quest’esperienza?”, le chiede scherzosamente. Ha però qualche sassolino – anche metaforico – da togliersi dalle scarpe: “C’è chi è portato per la matematica, io sono portato per la fatica e l’attività fisica. Questo non vuol dire che chiunque faccia questo tipo di gare sia dopato”, si difende da alcune insinuazioni che ha sentito. Qual è stato il momento più difficile e quando hai capito di aver vinto? “A Rhêmes ho avuto una piccola crisi, perché ho patito parecchio il caldo e mi ero idratato poco. Quando mi hanno detto che avevo tre ore di vantaggio su Perez a una sessantina di chilometri dal traguardo ho capito che potevo gestirmela con più tranquillità”. Adesso la moglie e le Alpi Orobiche possono attendere: il suo programma è di fermarsi in Valle d’Aosta e farsi ospitare dai colleghi Vigili del Fuoco, per godersi le montagne della nostra regione senza lo sforzo della gara». La sua forza? Ha un passo regolare, lungo, e soprattutto non molla mai. Un passo che a Bosatelli, classe 1969, sembrava troppo lento ma, complice il ritiro di Gianluca Galeati, favorito della vigilia, lo ha portato in testa, irraggiungibile.

Una gara “mito”. Che il Tor des Géants sia una gara “mito”, inserita in un circuito mondiale ristretto composto dall’Ultra Trail du Mont Blanc (Francia), l’Ultra Trail del Monte Fuji (Giappone), la Western States (Usa), la Yukon Arctic Ultra (Canada) e poche altre manifestazioni estreme, lo dimostra il crescente numero dei partecipanti provenienti da tutte le parti del mondo. Per l’edizione 2016 si è battuto il record, con 71 paesi rappresentati dagli 827 partecipanti al via (a loro volta sorteggiati tra 2500 candidati che, otto mesi prima, si erano iscritti in solo tre giorni). Europei ma anche molti orientali, australiani e africani, un israeliano e una rappresentante dei Territori Palestinesi e i portacolori di piccole isole oceaniche come Wallis e Futuna, sconosciute ai più. Quali i motivi di così grande attrazione di questa gara giunta alla sua settima edizione? L’offerta naturale di un territorio magico, lungo le Alte Vie che disegnano il tracciato lungo 330 chilometri. Tracciato che sfiora le montagne di 4 mila metri (i Giganti, o meglio, i Géants, nel patois parlato in valle d’Aosta) e corre quasi sempre a quota 2000 metri per tuffarsi a volte nei fondovalle, tra paesi e borgate dove l’accoglienza e il tifo sono unici. Questo su e giù porta il dislivello positivo a 25mila metri complessivi, che oltre alla distanza, è l’altra difficoltà che i trailers devono affrontare. Un dislivello che, suddiviso nelle 150 ore di gara consentite (il record della corsa è di poco più di 73 ore) fa una media di oltre 4 mila metri al giorno. Come salire in vetta al Monte Bianco per una settimana di seguito.

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