Ol pret di Bà, l’uomo della preghiera
che leggeva nei cuori della gente

Nella piccola frazione di Ca’ Brignoli, sopra Peia, nasceva il 19 gennaio 1853 Francesco Giuseppe Brignoli, terzogenito di Giuseppe Brignoli e Caterina Bosio. Sarebbe stato chiamato, più tardi, don Francesco, ol pret di Bà.

La sua infanzia trascorse tra le stesse povere cose che infioravano la vita dei bambini suoi coetanei. C’erano le devozioni serali, recitate dalle pie donne, i giochi improvvisati per le strade e gli animali da portare al pascolo. Francesco Giuseppe pregava insieme alla comunità di Ca’ Brignoli, talvolta mimando per scherzo le espressioni contrite dei vecchi: non si spiegavano certo, agli occhi di un bambino, certe facce dolorose chine sulle mani annodate dal rosario. E poi, anche al pascolo, non si può dire che fosse sempre ligio al suo dovere. Svagato e con la mente lontana, non si accorgeva quando gli armenti sconfinavano nelle proprietà vicine, rubando la proverbiale erba del vicino. Più tardi, impartendo gli insegnamenti catechistici, avrebbe detto ai suoi alunni che «siamo tutti ladri; eccetto san Gaetano, che è fatto di legno». Francesco Giuseppe sviluppa fin da bambino una grande devozione per la Madonna, rimettendo alla sua indulgenza le gaie vivacità infantili. Era particolarmente legato al Santuarietto della Madonna delle Grazie sopra Peia, dove venne celebrata la sua Prima Comunione. Lo avrebbe fatto restaurare a sue spese, dopo essere diventato sacerdote.

 

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Frequentò il ginnasio di Leffe, dove insegnava uno zio prete, don Francesco. Quest’ultimo, come il fratello don Giuseppe, era conosciuto per essere un sacerdote molto dotto e santo. A sedici anni, Francesco Giuseppe si sentì chiamato al servizio sacerdotale ed entrò nel Seminario di Bergamo. Il Rettore era don Vladimiro Carminati. I primi tempi furono particolarmente difficili, a causa della rigida disciplina e della severità dei maestri. Francesco Giuseppe seguì corsi di filosofia, morale e teologia. Gli insegnamenti perseguivano la spiritualità di Sant’Ignazio di Lojola e s’ispiravano alla dottrina di San Tommaso, in questo anticipando l’enciclica Aeterni Patris (1879), che avrebbe imposto ai Seminari l’adozione dell’indirizzo teologico del santo aquinate. Benché il giovane si adoperasse per obbedire ai propri superiori, non mancò, almeno in un paio di occasioni, di suscitare un indignato disordine entro le mura altrimenti quiete del Seminario.

Egli stesso avrebbe infatti raccontato che una volta fuggì dai vicini frati Cappuccini, perché gli sembrò che Gesù lo chiamasse per diventare frate. Fu portato indietro dallo zio sacerdote. E aveva giù ricevuto la tonsura, il giorno in cui, accompagnando i seminaristi durante la passeggiata quotidiana, li portò ad assistere a un processo in tribunale. L’iniziativa gli costò quasi l’espulsione dal Seminario. Ricordando le severe reprimende dei superiori, avrebbe poi mitemente constato che, dopo tutto, «l’imputato non era lui».

In seguito gli alti e bassi di una carriera seminarista che, nonostante tutto, si concluse brillantemente, il 22 maggio 1880 Francesco Giuseppe venne ordinato prete nella chiesetta di San Giovanni sul colle. Fu subito inviato, in qualità di coadiutore, alla Parrocchia di Barzizza (Val Gandino), dove lavorò anche come insegnante comunale. Nel 1885 si trasferì a Peia come coadiutore e come maestro comunale di Leffe. Il tragitto quotidiano da Peia e Leffe, tuttavia, indebolì la sua salute già cagionevole, e perciò venne assegnato alla parrocchia di Bani di Ardesio, frazione di Ardesio, nell’Alta Val Seriana. Don Francesco arrivò nella nuova parrocchia la sera del 23 dicembre 1890. Vi sarebbe rimasto per quarantatré anni, fino al giorno della sua morte.

Povertà, carità e preghiera hanno costituito le basi su cui don Francesco ha scelto di fondare il suo sacerdozio. Al suo arrivo a Bani non aveva con sé nulla, nemmeno una camicia per cambiarsi: accettò con riconoscenza quella che gli venne offerta da una donne del paese. Spesso dormiva nel fienile, cedendo il proprio giaciglio a chi ne aveva più bisogno e mise a disposizione del paese una mucca, che comprò durante l’epidemia di spagnola. Esortava i più timorosi dicendo: «prendete senza paura: la mia mucca mi dà latte anche dalle corna».

 

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Il suo spirito di accoglienza non escludeva nessuno di quelli che ne facevano appello; persino se la richiesta veniva espressa attraverso l’intimidazione di una pistola puntata. Una volta, infatti, gli capitò di accogliere un giovane fuggito dal carcere: lo sfamò e gli diede i soldi che aveva con sé. Nel momento di congedarlo, gli suggerì di andarsene per il sentiero dei campi, per non essere fermato da nessuno degli abitanti.

Prestò particolare cura all’insegnamento e organizzò esercizi spirituali per la comunità – il rituale del bucato, lo chiamava. Le sue prediche erano molto semplici, spesso parlava in dialetto e interrompeva la lettura del Vangelo con commenti ed esclamazioni. Questo modo inusuale di predicare non mancò di destare la preoccupazione dei suoi superiori, che temevano il rischio dell’eterodossia. A rafforzare i sospetti incorse anche la convinzione comune che sapesse leggere nei cuori e nelle coscienze. Tra le molte testimonianze, ad esempio, c’è quella di «una donna di Bani, che ricorreva a don Francesco piangente per il figlioletto di pochi giorni agonizzante; riceveva da lui l’assicurazione che il figlio non le sarebbe morto, che anzi già stava meglio; la povera donna ritornò a casa e non poté non constatare la veridicità di quanto il buon prevosto aveva detto». Si diceva, inoltre, che le sue benedizioni avessero valore taumaturgico. Ma a chi esagerava nelle manifestazioni di devozione nei suoi confronti, diceva: «Cosa volete che sia capace di guarire questo povero fagottone di prete. È la Madonna che vi benedice». Don Montanelli ricorda che ai pellegrini che salivano a Bani faceva notare: «non basta salire fin quassù per domandare benedizioni, ma è necessario essere o mettersi in Grazia di Dio, perché la Chiesa non può benedire chi è maledetto da Dio». Don Francesco ottenne dalla Chiesa anche la facoltà di esorcizzare.

Il sacerdote si adoperò per promuovere molte opere pubbliche: oltre ad essersi occupato del restauro della chiesa, della canonica e del cimitero, aprì nuovi tronchi stradali e sistemò quelli già esistenti. Fece inoltre costruire nuovi acquedotti, fontane e un impianto di illuminazione elettrica; migliorò, infine, l’edilizia delle case. Di lui Papa Giovanni XXIII avrebbe detto: «Oh quanto bene ha compiuto quel sacerdote che tutti chiamavano l’uomo dei miracoli, ma che io ho sempre detto: l’uomo della preghiera». E infatti molte erano le preghiere elevate dal sacerdote: recitava la Novena a Nostra Signore del Sacro Cuore per la sua santificazione, invocava San Giuseppe tre giorni alla settimana per la sua buona morte e per gli agonizzanti, e San Gaetano come Santo della provvidenza. Era inoltre particolarmente devoto alle reliquie dei Santi.

Ma una particolare cura era riservata da don Francesco ai bambini, ai quali faceva sempre dono di frutta e dolci. Riportiamo, a questo proposito, le parole del suo Testamento Spirituale, letto il giorno di Natale 1933: «Ho sempre pregato e mi sono adoperato per l’innocenza dei vostri bambini. La responsabilità di questi piccoli è nostra (…). È vostro dovere, o padri e madri, vigilare su di loro. Non preoccupatevi solo che crescano sani e robusti, ma soprattutto che si avvantaggi l’anima loro (…). Voi, o padri e madri, siate energici, siate forti con quanti insidiano la virtù angelica dei vostri figli. Quando entrano nelle vostre case persone sospette prendetele, prendetele e portatele fuori. (…) Non fidatevi di alcuno. Sorvegliateli di giorno, sorvegliateli di notte. Fintantoché voi avrete degli innocenti in casa vostra, o padri e madri, avrete sempre la benedizione del Signore e gli interessi andranno bene».

Don Francesco Brignoli morì il 2 gennaio 1934. Fino all’ultimo, e benché molto malato, volle celebrare la messa. Ai funerali, celebrati l’8 gennaio 1934, assistettero migliaia di persone.

(Da: Don Vittorio Rossi, Don Francesco Brignoli, l’uomo di Dio. öl Pret di Bà, 2014)