Le urla tremende di San Francesco
(ieri ricorreva la sua festa)

Chi fosse Francesco si comincia a capirlo andando a La Verna, un postaccio gelido (La Verna = la ghiaccia) e meraviglioso in cima a una montagna vicino ad Arezzo nel quale quello strano personaggio amava ritirarsi –  diciamo così, provvisoriamente – in preghiera.

Dunque La Verna. Ci fa un freddo cane, d’inverno, abbiamo detto. Ci sono degli enormi massi sconvolti, dobbiamo aggiungere. Sconvolti dal terremoto che si verificò nel giorno della Crocifissione, secondo la leggenda. Su uno di questi sassi capitato in orizzontale fra altri due appoggiati l’uno all’altro come per sostenersi Francesco passava le sue notti. Da solo, urlando al Signore di farsi vedere, che lui ne aveva bisogno. Urla tremende dovevano essere, tanto che il Signore, a un certo punto, si fece realmente vedere. Come c’è il letto, c’è ancora il sasso su cui Francesco era in ginocchio quando il Signore gli si presentò. Non ne poteva più, evidentemente, di sentirlo urlare (c’è ne vangelo questa cosa: se bussate alla porta di qualcuno fatelo in maniera insistente, così che il padrone di casa scenda ad aprirvi se non altro perché non ce la fa più a reggere il baccano).

 

Alessia Scazzuso, Stefano Tamburo

 

Francesco (nel senso del papa attuale) ha raccontato che, al momento dell’elezione, il suo vicino di banco gli ha detto: «Non ti dimenticare dei poveri» e allora lui – quasi obbedendo – ha scelto di chiamarsi come il poverello d’Assisi. Che, certo, ha dedicato la sua vita ai poveri. Ma, prima ancora, ha deciso di esser povero lui. Meglio: prima ancora ha capito che la povertà era – per lui Francesco – l’unica condizione in grado di permettergli di essere se stesso.

Povertà in che senso. Nel senso di non possedere nient’altro che il proprio urlo, il proprio bisogno di chiedere al Signore: Fatti vedere, vienimi a trovare, non vedi che se non ti fai vedere io muoio? Ci ha litigato, su questo, anche coi suoi compagni che, insomma, la povertà va bene, ma così è decisamente troppo. E, in effetti, un po’ troppo lo è. Lo è per tutti ma non lo era per lui, perché quello era il suo modo di essere lui. Era la ragione per cui il Signore lo aveva fatto così: per mostrare al mondo fino a che punto si può vivere solo del proprio desiderio di vederlo, di – lo diciamo? – essere lui, o quasi. Seguire il Signore vuol dire essere abitati dall’ossessione di essere come Lui. Essere meno non serve a niente, secondo Francesco.

Essere come Lui in che senso. Nel senso di essere tutt’uno con la volontà del Padre che è nei cieli. Potergli obbedire sentendosi amati. Niente altro. Il Signore Gesù lo capì perfettamente, tanto è vero che, sul famoso sasso, impresse sul corpo di questo singolarissimo tra gli umani i medesimi segni della propria passione, le cosiddette stigmate. Vogliono dire: ok, tu sei proprio come me. Sei mio fratello in un modo speciale. È per questo che i francescani si chiamano tra loro Fratelli, perché il loro fondatore ha sognato che di tutti loro Gesù potesse dire quel che ha detto a lui: frate Francesco, ti va così? Era questo che volevi?

E l’ha pagata cara, Francesco, questa preferenza, perché molti – troppi, secondo alcuni – cominciarono a pensare che lui fosse davvero Cristo tornato sulla terra (ed erano molto preoccupati, questi alcuni, di una cosa così). Un po’ come quei due anziani che hanno detto domenica scorsa al papa che, parlando con lui, avevano l’impressione di parlare direttamente con Gesù. Certo, dipende da come ce lo si immagina, Gesù. Però la cosa è comunque bella. E dunque come se lo immaginavano, Gesù, quelli che pensavano che Francesco fosse Gesù tornato sulla terra. Se lo immaginavano come uno che si prende cura di noi, che tutto quel che ha ce lo regala, che ci lava le ferite (il famoso ospedale da campo), ci toglie l’angoscia.

Perché tutte le ferite e l’angoscia del mondo se l’è prese lui, sulla croce. E un po’ anche Francesco, che – come spiegava un vecchio frate a chi andava a visitare il convento di san Damiano, vicino a Assisi – “è morto fradicio: non c’aveva un organo sano quando è morto”. Morto succhiato dal dolore altrui, dall’amore per gli altri, per Cristo presente negli altri.

Essere uno che prende su di sé il dolore del mondo, che si consuma in questo dolore gridando al Signore: Vieni Signore, non lo vedi in che condizione siamo? Vieni Signore Dio Santo, che aspetti ancora? Vieni Signore, che c’è tanto freddo quaggiù. Questo era Francesco. E il Signore ha risposto. Francesco – come ha scritto un poeta famoso – è stato Colui che ha portato al mondo il calore di Dio. Un sole, è stato, per coloro che lo hanno conosciuto e seguito. E anche per noi, che non ce ne siamo dimenticati.

 

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