“La vita a pedali” di Paolo Aresi
(liberamente ispirato a Gimondi)

Sabato 8 Novembre alle ore 18 verrà presentato alla Libreria Palomar di via Angelo Mai il nuovo romanzo di Paolo Aresi, La Vita a Pedali, che attraverso diversi episodi racconta la vita di un bambino degli Anni Cinquanta che sogna di diventare un campione di ciclismo. A presentare il libro, oltre all’autore, interverranno il fotografo Pepi Merisio (autore della bellissima immagine di copertina) e Giulio Brotti, docente e giornalista.

Il romanzo, liberamente ispiritato alla vita di Felice Gimondi, ripercorre e immagina alcune tappe significative dell’infanzia del campione bergamasco, dalle sfide in bicicletta sulle strade sterrate del paese a quella prima corsa in cui da ragazzo arriva al traguardo a striscione dell’arrivo già smantellato. Sul risvolto di copertina è scritto che «Eppure quel ragazzo, come tutto il nostro Paese in quegli anni, si rialzerà e diventerà un grande campione»,

Il libro è edito da Bolis Edizioni ed è l’ottavo romanzo pubblicato dallo scrittore bergamasco, classe 1958, che è anche giornalista a l’Eco di Bergamo. Nel 2004, con il romanzo Oltre il pianeta del vento, Aresi ha vinto il Premio Urania (bandito dalla collana Urania di Mondadori), che ogni anno viene assegnato ad un romanzo inedito di fantascienza.

 

 

Pubblichiamo in anteprima l’epilogo del libro, intitolato “Il campione”, nel quale Aresi racconta gli ultimi dieci chilometri del campionato del mondo su strada a Montjuic (Barcellona) che vide trionfare Felice Gimondi.

 

Mancano dieci chilometri e stiamo andando forte e la stanchezza stringe i muscoli e lo stomaco, annebbia la vista. Ma non vado male. Quando prima il belga è partito, ho recuperato senza difficoltà. Lui non voleva partire davvero, lo so. Era una prova. Voleva vedere come rispondevamo. Questa volta abbiamo risposto tutti, nessuno si è staccato.

E adesso siamo qui su questo asfalto e sotto questo cielo così azzurro e il sole del pomeriggio rende tutto dorato, tutto bello. Ogni tanto vedo il mare. È azzurro e verde, come la mia bicicletta.

Siamo rimasti in quattro.

Penso che non ce la farò. Siamo in quattro e due sono più veloci di me. Allo sprint mi batteranno, come sempre. Come a Mendrisio, due anni fa.

C’è ancora la salita del Montjuich, la strada che sale all’altura sopra Barcellona. Ai primi giri ho guardato il mare, ho ammirato questo panorama. Poi qualche sguardo fugace, poi più niente. La corsa è diventata dura, durissima.

Durissima. Eddy ha avuto un problema all’inizio, un sasso schizzato dalla strada lo ha colpito al ginocchio, ma poi è andato come un treno.

All’undicesimo giro è partito come una Ferrari, come sa fare lui.

Tenere le sue ruote, quando fa così, significa strappare la carne dai muscoli, piegarsi sul manubrio fino a masticarlo.

Lui è capace di fare male.

Eddy vuole vincere ancora. Vuole vincere sempre. Io non mollo, adesso vediamo che cosa succede sull’ultima salita. Ho la sua ruota davanti a me, adesso, un goccia di sudore mi vuole entrare negli occhi, la porto via con il dorso della mano. Non devo staccarmi sul Montjuich. Attaccherà Ocaña, Luis non ha nessuna possibilità in volata, meno di me. Maertens è il più forte di tutti, in volata. Anche di Eddy. Ma Eddy è il capitano. Ultimo tratto di pianura. Andiamo forte, ma non siamo al limite. Ecco, Eddy si sposta, adesso tiro io e il vento mi soffia in faccia e mi porta via il sudore, devo stare attento, ma non credo che qualcuno possa partire adesso.

Tiro con forza, ma non al massimo. Saremo sui quarantasei, quarantasette all’ora. Prima che attacchi la salita mi sposto, vado in fondo al gruppetto. Non devo farmi staccare. Devo resistere sul Montjuich. Poi la discesa e una manciata di chilometri all’arrivo. Se tengo sul Montjuich non mi staccano più e l’onore è salvo.

È quello che conta davvero. Mio padre è un dignitoso camionista e mia madre è la postina del paese e loro hanno fatto sempre bene il loro lavoro. Io voglio essere come loro, voglio dare tutto, fino in fondo. Loro mi stanno guardando, al bar del paese sono tutti lì davanti al televisore, non posso deluderli, gli anziani e i giovani adesso sono lì al bar Sport, nella saletta dietro il bancone dei caffè e girano bianchini e aranciate, mi sembra di vederli. Ci saranno anche delle ragazze, magari non sono scese al fiume per vedere me.

Sono rimasto l’ultimo con la maglia azzurra, Battaglin ha ceduto quando Maertens ha attaccato al penultimo giro, anche Perurena si è staccato. Io ho sofferto, ma ho tenuto. Come a Mendrisio, due anni fa, cedettero tutti di schianto quando partì Merckx. Io non l’ho mollato. Ho pensato che potevo anche morire. Ma avevo stretto i denti al punto che ebbi la lussazione della mandibola.

Non ho mollato.

Io non cedo. Vengo dalla Valle Brembana. Siamo povera gente, siamo emigranti. Adesso mi sposto, adesso il vento lo lascio a Maertens, scivolo in fondo al gruppetto, lì posso controllare meglio, se Ocana parte gli vado dietro. Se riesco.

Ecco, Maertens mi scivola accanto, sta fissando la ruota davanti, è grande e forte e sembra fresco in faccia. Merckx, Ocaña. Guardo il profilo dello spagnolo, ha un’aria fiera, anche lui è uno che si mette in gioco fino in fondo, è uno forte. Tutti e quattro siamo fatti di questa pasta.

Veniamo tutti e quattro dalla gavetta. Quando ero bambino mio padre mi pagava il gelato alla domenica al bar Sport e con lui mi sedevo ad ascoltare le radiocronache delle gare di ciclismo. Proprio vent’anni fa io e mio papà e mio fratello e mio zio Pidada e gli amici di Sedrina eravamo sulla Crespera, al Mondiale di Lugano.

Non l’ho mai dimenticato, nemmeno per un minuto.

Fausto che scatta e De Rycke che è rimasto lì come una statua su due ruote. Magari da lassù Fausto mi vede.

Ecco la salita. La prende Maertens, il ritmo è alto, non credo di farcela a rispondere a uno scatto. Sono vicino al limite.

A Mendrisio ho tenuto, portavo la maglia azzurra e la maglia azzurra dobbiamo onorarla. Io non sono soltanto Felice Gimondi. Io sono l’Italia. E c’è un’Italia buona che non molla mai. Io la conosco questa Italia. Quando vado su al Nord per le classiche, quando vado in Francia e in Belgio ci sono i nostri emigranti che vengono a salutarmi, che sono felici quando vinco perché vinco anche per loro. L’Italia vince, loro vincono.

Oggi è impossibile vincere.

Saliamo forte, Ocaña non si muove. Ecco, Maertens si è spostato, adesso tira Eddy. Ha alzato leggermente il ritmo. In salita, Ocaña è più forte di lui, ma questo non è il Galibier, questo è solo uno strappo. Però è la diciassettesima volta che lo affrontiamo e gli ultimi cinquecento metri sono al dieci per cento di pendenza, non scherzano.  Ho voglia di arrivare, di tornare a casa, ci sono la mia  Tiziana che è incinta, la mia piccola Norma che mi aspettano. Loro adesso sono a casa davanti alla televisione. Anche il mio amico Tino, il Sana di Almenno con la sua famiglia è là davanti alla televisione. Mi stanno guardando, mi vedono, vedono la mia maglia azzurra e questa bici celeste. Mi guardano e io sono a Barcellona, a questo mondiale che potrebbe essere anche il mio ultimo mondiale perché ormai ho trentuno anni.

Non ho mai vinto. Ho fatto due secondi, un terzo posto. Non ho mai vinto, forse non ne vincerò mai. Luis oscilla un po’ con le spalle. Caspita. Guardo dritto davanti a me, le mani appoggiate alle manopole dei freni, adesso sono abbastanza sciolto di gambe, Luis oscilla con le spalle, allora significa che è cotto, che non ce la fa più. La stanchezza lo sta stroncando. Non sono stanco soltanto io. Mi sposto un po’ di lato, prendo metà del vento, ma vedo la pedalata di Eddy e mi sembra agile, non si muove con il corpo, no, lui sta bene. Non vedo la pedalata di Maertens perché è dietro di me, ma ho la sensazione che anche lui sia molto tonico. Torno dietro la ruota di Ocaña, soltanto cinque centimetri dalla sua gomma, al riparo dal vento. Ecco, Eddy si sposta, rallenta, adesso è Luis fuori al vento e si alza sui pedali, improvvisamente, scatta, maledizione non me lo aspettavo, adesso che sta per iniziare il tratto duro, ancora cinquecento maledetti metri. Pensavo fosse cotto, sta cercando di andare via, di prendere quei metri per arrivare da solo… ecco, non mi alzo sui pedali, non devo farlo, mi impianterei, mi si bloccherebbero i muscoli. Ocana ha preso Eddy in contropiede, sembra confuso, io accelero, ma non scatto, Ocaña si è preso quindici metri, abbasso la testa, stringo i denti, mi sembra di non farcela.

Devo resistere, devo resistere così, in progressione.

È cominciato il pezzo duro, adesso saliamo al dieci percento, metto il rapporto più agile, inserisco il quarantadue per diciassette, non si può andare duri adesso, si rischia che le gambe si blocchino, troppo acido lattico.

Ecco, adesso è passato Maertens, mi ha superato, scatta sui pedali, il vantaggio di Ocaña non aumenta, è ancora a quindici metri da me e la strada si è impennata, io salgo regolare. Maertens è in gran forma, ormai lo ha acchiappato, Luis non ce la fa, io sto guadagnando terreno, adesso mi mancano dieci metri, Eddy è dietro di me, non si muove. Se Maertens non riparte, ricuciamo il gruppetto.

Ancora sei-sette metri. Maertens ha lievemente staccato Ocaña, ma non contrattacca.

Per fortuna.

Ma non sono stanco soltanto io!

Stringo i denti. Penso a Tiziana, a Norma e alla bambina che sta per nascere. Loro mi guardano, io non devo mollare. Ho sete, la gola secca, il respiro mi raschia la gola, respiro a bocca aperta, siamo ormai alla fine.

Tengo duro.

Muscoli che vanno a fuoco.

Ecco, la ruota di Luis è qui, ecco, lo sto agganciando, Maertens ha quattro, cinque metri, Eddy è dietro, adesso lo riporto sotto, Luis ha il viso stravolto, gli ho lanciato solo un’occhiata, non devo distrarmi, devo stare concentrato, tutto sulla pedalata.

Devo prendere il dolore dentro di me, accettarlo. E superarlo.

Tiziana, Norma.

Porto la maglia azzurra.

Ho la bici celeste di Fausto.

In progressione, senza scatti, ecco, ancora duecento metri di salita dura, Maertens è qua, aggancio la sua ruota, va bene così.

È andata bene così. Ma adesso Merckx dal fondo potrebbe partire, scattare alla sua maniera per trionfare in solitario a Barcellona, potrebbe farlo, lui è il tipo: vincere, vincere sempre. Trionfare. Solo al traguardo, le braccia alzate.

Quando arrivavo solitario al traguardo con le braccia alzate mi sentivo il padrone del mondo. Poi sono cambiato. Adesso penso alle persone che mi vogliono bene, alle persone che mi aiutano. E mormoro un grazie.

Ancora duecento metri duri. Dopo lo scollinamento ci sono due chilometri di discesa, poi altri quattro e siamo arrivati. Pochissimo tempo. Non mi staccano più. Maertens ha rallentato, adesso si sposta, mi trovo davanti io. Prendiamo fiato, bene, mi fa bene, chiudo gli occhi per un secondo. Tiziana.

Speriamo che Eddy non parta.

Quando pedalo mi capita.

Penso alle persone che non ci sono più. Oppure penso alla mia famiglia.

Spero che Eddy se ne stia buono, voglio almeno arrivare con lui.

Aumento il ritmo appena appena, per non ingolosire Eddy. Ma mi risparmio. È stato difficile non mollare sullo scatto di Luis. Dopo duecentoquaranta chilometri di battaglia adesso mi devo risparmiare. Se ho una sola possibilità laggiù, sul rettilineo, non devo dare tutto adesso.

I tifosi gridano per Ocaña. Vincerà Maertens, oppure Eddy. Sempre Eddy. Me lo sono trovato tra i piedi proprio io. Non c’è mai stato uno forte come lui. Neanche Fausto, no.

Vuole vincere sempre.

Anche il circuito degli assi di Cerignola.

Tutto lui.

Ancora pochi metri duri, poi c’è la discesa, poi siamo arrivati .

Potrei partire adesso, partire io, adesso! Io, non Eddy. Sorprenderlo. Usare le ultime cartucce, in questo momento, alzarmi sui pedali, via, come una pallottola, a meno di cento metri dal culmine, scattare, prendere venti metri e tuffarmi giù, davanti al mare, lungo la discesa come un pazzo e presentarmi sul rettilineo di arrivo con venti metri di vantaggio e forse ce la farei a vincere…

Uno scatto.

Nessuno se lo aspetta.

No Felice.

Devi stare tranquillo.

Non sei uno scattista. Gli daresti dieci metri. Ti riprenderebbero come è successo a Luis e ti saresti bruciato le ultime energie.

Porta il gruppetto in cima senza troppa fatica, così va bene. Non forte, non piano.

Tieni le energie.

Devi tenere le energie e giocartele tutte là, sul rettilineo.

È vero, sembra la voce di mia madre, piena di buon senso. Prudenza. Avanti con questo quarantadue, ancora per settanta metri.

Tiziana e Norma mi guardano. Mio padre e mia madre.

C’è un gruppetto di italiani che adesso mi urla dai Felice, dai dai dai. Forse sono qui per me, non lo so. Ci sono milioni di italiani davanti alla televisione, io non devo deluderli, non posso cedere. Devo essere prudente. Devo essere furbo.

Ecco il culmine, adesso mi sposto, viene avanti Maertens, la discesa la lascio pilotare a lui, lui è un ottimo discesista. Andremo giù a novanta, cento chilometri all’ora. Devo essere prudente, non devo rischiare, meglio lasciare davanti Maertens. Ecco, siamo in cima, è finita, davvero è finita, adesso c’è soltanto la volata. Prendo un sorso d’acqua, la gola è secca, adesso un sorso, poi basta, poi la discesa e la volata, ecco, ho bevuto, via la borraccia, non mi serve più, via tutto il superfluo, anche un centimetro è sufficiente per vincere.

Tiziana e Norma. Mia mamma e mio papà. Ezio e Pinuccio. Lo zio Pidada, il Maci. Tiziana che aspetta un bimbo, sarebbe un regalo troppo bello.

Adesso devo stare concentrato sulla discesa, adesso più che mai concentrato, sempre, fino all’ultimo millimetro della corsa. Adesso si fa meno fatica, ma ci vuole più concentrazione. C’è il mare là in fondo, ma io non lo vedo più. Magari domattina andremo sulla spiaggia, questa domenica di inizio settembre è torrida, questo inizio di settembre, questo cielo così limpido.

Un bel giorno per vincere.

Non devo sognare, devo concentrarmi.

Giù per la discesa, Maertens pilota bene, andremo sugli ottanta all’ora, una bella curva larga, giù bene, giù, attento a non sbagliare traiettorie.

Non si può sbagliare.

Mia mamma postina, il Giorgio Ghisalberti che credeva così tanto in me. Il passato e il futuro e io sono qui, sono in mezzo, nel meglio dei miei anni.

Penso che il meglio debba sempre venire.

Sempre avanti.

Un giorno non correrò più e ci sarà altro di bello nella vita. Dare il meglio, sempre. Adesso, qui, lungo questa discesa, siamo in fila indiana, io vengo dopo Merckx, la maglietta azzurra si asciuga nell’aria calda, nel vento della discesa. Ci saranno trenta gradi almeno.

Porto il numero ottantuno.

Ecco, la discesa sta finendo, ecco l’ultimo tratto di pianura prima dello sprint, devo stare teso, concentrato, esiste una piccola possibilità di vincere. Piccola.

Pedaliamo in pianura in queste strade di Barcellona che ci portano alla fine, alla resa dei conti. Eddy sta accelerando, perché? Accelera ancora, non può pensare di andare via così, vuole solo innervosirci.

Ci siamo.

Adesso, fuori dalla curva.

Leggera salita.

Lo striscione lontano.

Cinquecento metri all’arrivo, ecco Maertens è partito, mi è passato accanto, io tengo la ruota di Eddy. Eddy accelera, ma perde terreno, perché non scatta, perché?

Quattrocento metri.

Devo partire io. Eddy non ce la fa.

Perde terreno.

Trecento metri.

Devo partire. Adesso. Eddy non rilancia, sta cedendo. Devo partire io. Duecentocinquanta metri. Ecco, esco dalla sua ruota, spingo con tutta la forza che ho nei muscoli. Supero Eddy.

Tutta la forza. Il dolore mi spacca i muscoli.

Duecento metri.

Maertens aspetta Eddy. Invece sbuco io. Sono alla pari con il belga, lui non se l’aspettava… Ha rallentato, adesso cerca di ripartire…

Ocana non c’è più, Merckx non c’è più. Io e Maertens. Duecento metri. Ogni grammo di forza, ogni grammo, Maertens è fortissimo in volata, di più, devo andare di più, non respiro, non riesco più a respirare, lo striscione è là davanti, cinquanta metri ancora, non ce la faccio più, sono alla pari con Maertens, ci picchiamo dentro con i gomiti, non devo mollare, potrei morire, potrei morire, adesso.

Il dolore.

Sono in rimonta, non devo mollare adesso, Norma, Tiziana, non devo mollare, per questa maglia azzurra, diavolo cane!

Sono davanti.

Venti metri.

Ho mezza ruota di vantaggio.

Non devo mollare.

Dieci metri.

Sono davanti.

Più forte.

Più forte.

La striscia bianca.

Passo io.

Ho vinto!

Diaòl cane.

Diaòl cane.

Ho vinto!

Papà.

Sto frenando, la gente mi corre incontro. Non riesco a respirare.

Ho vinto.

Tiziana. Norma.

Aria, ho bisogno di aria. La gente mi sta sollevando. Urlano.

Ho bisogno di aria.

Ero il bambino che correva con la bicicletta rossa, che ascoltava le storie dei lavoratori in bicicletta, che ascoltava le radiocronache al bar con il papà.

Che ha visto Coppi scattare sulla Crespera.

Che ha pianto per quel ragazzino che portava il pane.

Sono il campione del mondo.

Vorrei dire grazie a tutti.

Vorrei piangere come un bambino.

Un campione non piange.

Vorrei dire grazie a tutti.

Intorno a me tutta questa folla. Gridano la passione per la bicicletta, per questa vita a pedali, gridano il mio nome.

Felice Gimondi.