Che bello vedere Banksy a Milano
(anche se la mostra finisce subito)

Da quando ho prenotato per la mostra A visual protest, al Mudec (Museo delle culture, Area Ex Ansaldo) di Milano fino al 14 aprile, ho imparato a scrivere Banksy correttamente. Prima per me era più qualcosa tipo Bansky, nonostante abbia visto due documentari e letto un po’ di cose, per non lasciare la visita al caso. Mi consolo: nel web sbagliano in tanti, anche l’agenzia Agi e Il Gazzettino. Per la pronuncia, invece, continuo a emettere un suono tipo Paperino. Poi, domenica, alla mostra ci sono andato con gli amici. Che per noi che stiamo in fondo alla campagna, a Bergamo, già andare al Mudec, nel cuore della Milano dei designer, del Fuorisalone, dello stile che solo la metropoli «che ce la sta facendo» ha (non come Roma, dicono in tivù), è come andare nel paese dei balocchi. In fondo al nostro stomaco avido di polenta e strinù sappiamo che è roba da fighetti. Ma ci piace.

Prenotate gente, prenotate. Dopo aver marchiato con immancabili risolini le decine di scarpe eccentriche e di capelli strambi incontrati per strada – passando da un quartiere Tortona in piena Banksy-mania, con vetrine e aperitivi dedicati allo street artist inglese – arriviamo al museo. Tra l’altro il Mudec, al terzo piano ospita il bistellato (Michelin) ristorante di Enrico Bartolini. La coda è già lunga ma noi, saggi, abbiamo prenotato. Scopriremo che c’è chi è arrivato ad attendere quasi tre ore. Entriamo: la prima sala è molto affollata. Un amico nota il sindaco di Milano, Beppe Sala, al centro della visita guidata in corso. «Una mostra straordinaria perché ci apre la mente e ci fa riflettere. È estremamente piacevole, va bene per grandi e per bambini», dirà poi ai media. Per noi è il primo vip di cui vantarci l’indomani al lavoro. Sarà anche l’unico. Magari abbiamo urtato l’artista presente in incognito alla mostra, come si dice ami fare ogni tanto. Sognare non costa niente, la mostra invece sì (14 euro, info qui).

Cosa c’è da vedere. La mostra raccoglie circa 80 opere, tra stampe numerate (cioè edizioni limitate realizzate da Banksy) e dipinti, 60 copertine di dischi e vinili e una quarantina di oggetti vari, come adesivi, litografie e magazine, accompagnati da fotografie e video che raccontano i temi, lo stile e la crescita artistica di Banksy. È una mostra non autorizzata dall’artista, come tutte quelle a lui dedicate prima d’ora, in quanto Banksy continua a difendere il proprio anonimato e la propria indipendenza dal sistema (ma pecunia non olet). Malgrado ciò la mostra, assicurano gli organizzatori, è stata allestita in maniera tale da garantire fedeltà ai principi di fruizione di Banksy: «non sono presenti in mostra suoi lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata».

L’idea di fondo. La mostra spiega lo stile artistico di Banksy, al di là della facile popolarità che, unita al suo anonimato, lo ha reso lo street artist più famoso al mondo. Anche se Banksy è famoso dagli anni Novanta, la sua vera identità non è stata mai scoperta e di lui si sa ben poco: che è probabilmente maschio e nato tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, a Bristol. Negli anni sono stati fatti molti tentativi per capire chi fosse, ma per ora nessuno è stato definitivo. Le opere, indipendentemente dai temi, sono accomunate dallo stesso stile, immediato e riconoscibile, che poggia sulla rapidità di esecuzione. A fine percorso, due video: uno che racconta quel che si sa di Banksy, tra le strade in cui è cresciuto e ha lavorato e nelle gallerie e case d’aste in cui sono state vendute le sue opere; è stato realizzato da Butterfly Art News, un sito che documenta il lavoro degli street artist, e che segue Banksy dal 1999. L’altro mostra, con proiezioni su tre pareti (e un pavimento accogliente su cui i bambini possono rotolarsi) tutti i 72 murales che ha realizzato in giro per il mondo: perlopiù in Regno Unito, ma anche in Australia (due, a Melbourne), in Africa (due, a Timbuktu) e in Italia (uno, a Napoli).

Cosa ci è piaciuto e cosa no. Inutile fare gli espertoni: troverete altrove recensioni accurate e acculturate. Basti dire che Banksy ha un gusto del colpo di scena intelligente che fa scattare la voglia di standing ovation. La scritta parking ridotta a park usando vernice bianca, con una bambina che va sull’altalena appesa alla A, per dire; c’è solo nel video, però. Trovarsi a tu per tu con un fenomeno della performance e dell’installazione, una sorta di rockstar dell’arte di strada che fa dell’anonimato un’irraggiungibile vetta di spettacolo, è certamente appagante. Quando si comincia a prenderci gusto, però, la mostra è già finita. Un assaggio e poco più.

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