Brachetti, poeta del trasformismo
che ogni anno velocizza il suo show

È già venuto a Bergamo a gennaio 2017, Arturo Brachetti, con lo spettacolo “Solo, the Legend of quick-change”. Tutto esaurito, chiaro. Così martedì 3 dicembre torna al Creberg Teatro con i suoi 90 minuti tra trasformismo e nuove tecnologie. «È il quarto anno che facciamo questo spettacolo – ci racconta -: più di 300 repliche, in totale. Torniamo in città in cui siamo già stati e dove abbiamo fatto il tutto esaurito. Lo show è andato in scena per due mesi a Parigi, poi in Svizzera, Belgio e Inghilterra. Uno spettacolo internazionale per davvero, quindi». Metamorfosi e varietà all’italiana con atmosfere di Francia, con qualche modifica in corso d’opera: «Gli spettacoli li modifico sempre, tendendo a tagliare e velocizzare ulteriormente. Lo spettatore è abituato a internet, l’attenzione va tenuta alta. Limiamo i secondi: ho avuto un produttore che guardava le prove col cronometro in mano, per dire».

Il corpo di Brachetti diventa veicolo di comunicazione artistica ed emozionale. Riesce come nessun altro a shakerare il brio trasformista del mimo con la clownerie en travesti più fantasiosa. In un battito di ciglia cambia abito, e soprattutto anima, sotto gli occhi del pubblico. Ora è Rossella o’Hara, un secondo e mezzo dopo un mariachi messicano. Poi una diva del charleston e un cosacco sulle rive del Don. Un Bolt del palcoscenico, insomma. «È qualcosa di simile all’assolo di un grande musicista – aggiunge Brachetti, che può permettersi di non essere modesto -: sono solo in scena a giocarmi le mie carte, che sono poi quelle che mi hanno reso celebre un po’ dappertutto». Il fil-rouge dello spettacolo è una casa. Piccola, in prima istanza: una casa delle bambole. «Si entra con una webcam alla scoperta della varie stanze. C’è il soggiorno, la stanza delle apparenza; la camera dei bambini, stanza dell’innocenza; il bagno, stanza del bisogno. E così via. Ogni stanza mi dà il la per un argomento che poi io sviluppo durante i numeri».

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