Il Cavagna riscoperto al Bernareggi
vale molto più di un coccodrillo

L’arte ha, da sempre, la capacità di stupirci, di farci conoscere ogni volta nuovi personaggi, nuove tecniche, nuove sensazioni. Chi riesce a far parte della “corona dei beati” dell’arte si guadagna gloria eterna e soprattutto continuità nei posteri, la sicurezza di non essere dimenticati. Ma accanto a questi beati (a Bergamo una ristretta e protetta cerchia) ci sono artisti dimenticati o messi in secondo piano per uno strano disegno del… destino.

Un grande dimenticato. Certo Gian Paolo Cavagna è tra questi, nonostante sia sicuramente tra gli artisti più presenti, soprattutto con le opere sacre, non solo in città ma in quasi tutte le chiese della provincia. «Se non è meraviglia che gli scrittori nostri abbiano i nomi di que’ pittori taciuto, de’ quali poche opere, o niune sono rimaste, è strano certamente che non abbiano fatto menzione alcuna di Gio. Paolo Cavagna» scriveva il Tassi alla fine del Settecento stupito dalla trascuratezza degli storici verso un artista che aveva lasciato una copiosissima testimonianza della sua attività, svolta non solo a Bergamo, ma anche nelle città vicine, come Cremona e Brescia.

 

 

Una trascuratezza che è continuata con rare eccezioni: nel secolo scorso Adolfo Venturi contribuì alla conoscenza delle opere dell’artista al di fuori della cultura locale, dedicandogli nel 1934 un breve capitolo nella Storia dell’Arte Italiana. Senza mutare la linea della critica tradizionale egli giudicò il pittore «fecondo e ineguale», oscillante tra i modi del Moroni e del Salmeggia, «ma anche volto agli esempi di Paolo Veronese e dei Bassano», apprezzandone, pur nella forma discontinua, le qualità di attento ritrattista e le sottigliezze luministiche.

La mostra al Bernareggi. Gian Paolo Cavagna, forse uno dei maggiori pittori bergamaschi del Seicento, parrocchiano di Sant’Alessandro in Colonna, con casa e studio in via Zambonate, viene ora riscoperto grazie alla mostra allestita al Museo Bernareggi (fino al 6 maggio 2018): Visioni, apparizioni miracoli. La pittura di Giovan Paolo Cavagna e la mostruosa meraviglia. Si tratta della la prima mostra monografica dedicata all’artista che visse a Bergamo la sua stagione più produttiva. L’esposizione, per la prima volta, rende note, nella misura più vasta possibile, le opere sacre nelle quali si evidenziano le molteplici componenti venete, cremonesi, bergamasche della pittura del Cavagna, testimonianza di una cultura variamente orientata in fasi diverse, ciò che non è altro che il segno di un attento e colto aggiornarsi.

 

 

Come è stato sottolineato, con Cavagna la sfera del sacro cala progressivamente sulla terra e gli episodi miracolosi sono narrati con toni realistici, mentre anche gli oggetti stessi possono divenire causa di stupore. La sua vicenda lo portò a interpretare le richieste degli orientamenti post tridentini di una zona, come la nostra, fervida nella fede, ricca di devozioni popolari, e ad assolverle degnamente con la sua arte “vera”.

Dovendo scegliere tra le numerose opere esposte abbiamo optato per due, forse non tra le più famose, ma proprio per questo meritevoli di un approfondimento. Ora patrimonio del Museo d’Arte Sacra di Alzano, provengono entrambe da una chiesa importante (almeno per il numero di…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 10 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 12 aprile. In versione digitale, qui.

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