Cinque angoli per poter dire
che anche l’Isola è bella

La bellezza non è il suo forte, si sa. L’aria salubre, nemmeno. Ma su questo triangolo di terra che giace ad ovest della bergamasca, dove è più facile incappare in una ciminiera che in un albero in fiore, ci sono angoli con una storia autentica da raccontare. Per chiunque abbia voglia di guardare oltre i complessi industriali, ecco cinque posti che potrebbero ammorbidire la vostra opinione sull’Isola.

 

1) Brembate

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Brembate non è certo quel che si può definire un paese suggestivo. O almeno, non del tutto. Perché se vi lascerete alle spalle Iper, Brico Center e Burger King, e seguirete le indicazioni per la Biblioteca, imboccherete presto una stradina ombrosa, che costeggia le acque del Brembo. Giunti alla fine di questa via, circondato da un gruzzoletto di case scolorite e folta vegetazione, vi troverete davanti al Ponte Vecchio di Brembate.

Nei pomeriggi più caldi, dal parapetto di questa costruzione romana, gli adolescenti (o quelli rimasti tali), si lanciano per dimostrare la loro virilità; d’inverno, l’umidità del fiume che l’avvolge rende l’ambientazione degna di un villaggio fantasma. In qualsiasi stagione dell’anno, invece, quando il tramonto cala limpido, e la luce filtra debolmente dai due archi per riflettersi nel fiume, verrà spontaneo ripensarci: potrebbe anche darsi che Brembate sia un paese suggestivo.
Curiosità: affinché un ponte sia Vecchio, occorre che ne esista uno Nuovo. Quest’ultimo, distante dal primo poche centinaia di metri, è stato ricostruito dopo che nella notte del 29 gennaio del 1979 crollò causando la morte delle 5 persone che proprio in quell’istante lo stavano attraversando.

 

2) Marne

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C’è una sala civica, un negozio d’alimentari con l’aria condizionata, i parcheggi ad esse ben definiti sull’asfalto. Marne (frazione di Filago) ha tutti gli accessori che occorrono per essere un paese dei nostri tempi, quelli moderni. C’è qualcosa in più, però, che lo lega anche ai tempi passati, per l’esattezza, ai tempi di Roma: il suo Castello.
Percorrendo una stradina sterrata che vi allontanerà dalle abitazioni limitrofe, l’anticamera a questo tuffo nel passato è un raccolto e curato (ma non eccessivamente) giardinetto. Farà uno strano effetto pensare che un tempo, proprio in quel cortile, famiglie guelfe e ghibelline si azzuffavano, segnando le sorti del castello davanti ai vostri occhi, oggi proprietà della famiglia Colleoni. Immerso in un silenzio quasi irreale, l’unico rumore che udirete sarà quello del Dordo, il torrente che bagna la rocca naturale di puddinga su cui il Castello fu edificato e ricostruito in seguito alle feroci devastazioni.
Se vi lascerete assorbire dall’aurea di antichità che i mattoncini marmorei delle sue mura trasudano, potreste perfino dimenticarvi che a poche centinaia di metri, sfila l’ingorgo di macchine sulla strada provinciale.
Curiosità: il fantasma di un cavaliere con un mantello nero sembrerebbe essere apparso ad alcuni impavidi visitatori notturni, proprio davanti al portone centrale. Si tratta indubbiamente di credenza popolari prive di alcun senso. Ma voi, comunque, cercate di andarci di giorno.

 

3) Capriate

A proposito di storie autentiche, per assorbirne un po’, vi consiglio Capriate. Lasciatevi la chiesa di San Gervasio e Protasio alla vostra sinistra, e seguite la discesa. Nei pressi dell’Adda, con l’arrivo del primo sole, quell’area delimitata da un’ansa del fiume si riempie di ragazze in costume e di ragazzi impegnati in improvvisati tornei di calcetto (o di briscola, per i meno sportivi).

Qualche secolo fa erano però altre le attività che coinvolgevano i popolanti di questa zona, detta a ragione anche “Cava degli Spagnoli”: nel 1700 gli spagnoli, per l’appunto, scavarono questa fossa per deviare il corso del fiume, e avere via libera verso la conquista del Castello di Trezzo; ma, colti sul fatto da alcuni guardiani della fortezza, la loro missione andò in fumo.
Cuocere la carne sulla griglia nell’area picnic con l’aleggiare di questa reminiscenza storica nell’atmosfera darà ai vostri cotechini tutt’altro sapore.
Curiosità: oltre a tentare imprese idriche di scarso successo, un tempo, lì, si faceva anche altro. Il campo adibito al parcheggio era infatti utilizzato per organizzare avvincenti sfide al gioco del tamburello. Casomai vi servisse un’alternativa al barbecue e all’abbronzatura.

 

4) Ponte San Pietro

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Ce ne hanno parlato i nostri nonni e ce ne parlano i libri di storia: a Ponte San Pietro, però, il ricordo della Seconda Guerra mondiale ha contorni più concreti, precisamente, quelli di un tunnel sotterraneo.  Costruito nel 1944, il rifugio antiaereo in piazza della Libertà è stato riaperto al pubblico solo qualche anno fa (novembre 2012), dopo che l’Amministrazione Comunale ha deciso di valorizzarne il significato storico.   La costruzione del bunker (costituito da due gallerie lunghe sessanta metri), si era resa indispensabile vista l’importanza strategica rappresentata da Ponte San Pietro: la ferrovia che attraversa tutt’oggi il ponte faceva infatti del comune un fondamentale centro di scambio di merci, civili e belliche, tra Milano e il Brennero.
Curiosità: insieme al bunker in piazza della Libertà, nel comune ve ne sono presenti ben altri tre. La costruzione di rifugi sotterranei era stata infatti intensificata dopo il bombardamento di Dalmine, avvenuto il 6 luglio del 1944.

 

5) Calusco

Per concludere, torniamo sul fiume, ma in uno dei suoi punti più particolari. A Calusco, sotto il Ponte di Paderno, scorre infatti l’acqua che segna il confine tra Bergamo e Lecco.
Salvo coppie di pensionati tedeschi arrivati lì chissà come e oliatissimi pseudo-atleti che corrono stretti in ridicole tutine fluorescenti, garantisco che passeggiare in solitaria per la via che costeggia il fiume vi porterà a profondissime e filosofiche riflessioni sulla vostra esistenza. Quando inizierete ad entrare in meandri troppo enigmatici del vostro inconscio, però, tornate alla macchina: la corrente del fiume potrebbe risultarvi attraente.
Curiosità: la leggenda vuole che l’ingegnere progettista dell’imponente ponte di Paderno (alto ben 83 metri), dopo pochi giorni dalla fine dei lavori, decise di lanciarvisi. Attanagliato infatti dal sospetto che avesse seguito calcoli errati, pensò di fare i conti con la sua coscienza in maniera categorica.

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