Il film da vedere nel weekend
Arrival, come parlare con loro?

Regia: Denis Villeneuve.
Cast: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O’Brien, Nathaly Thibault, Joe Cobden, Russell Yuen, Julian Casey.
Dove vederlo a Bergamo e provincia: qui.

 

Quello dell’invasione aliena è un tema classico del cinema di fantascienza, noto e apprezzato da generazioni di spettatori. È, anzi, uno dei grandi motori immobili del genere, che lo accompagna dal momento della sua nascita. Questo perché, banalmente ma non troppo, la curiosità dell’uomo per gli organismi extraterrestri è ancora oggi ben presente e anzi appare lungi dall’esaurirsi. Dietro questo schema narrativo i registi hanno spesso celato l’ansia per i problemi della loro epoca, come accadeva spesso negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’ansia della guerra atomica dava corpo ad un rinnovato interesse per il genere sci-fi. Arrival, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, si pone pienamente in questa prospettiva e si presenta come un film raffinato e intrigante. Cosa aspettarsi, d’altronde, da un regista di talento come Denis Villeneuve?

 

2

 

Motore della vicenda è l’esperta di linguistica Louise Banks, testimone di un evento agognato e temuto. Nei cieli della Terra iniziano a profilarsi enormi e minacciose navi aliene, che paiono in attesa di una risposta, di una qualche forma di contatto. Così Louise è chiamata dall’esercito americano con lo scopo di entrare nelle navicelle e prendere contatto con gli alieni, avendo cura di comprenderne le intenzioni. Come comunicare con una specie così diversa? Louise si troverà così nella difficile condizione di dover sintetizzare un alfabeto per consentire il contatto, mentre fuori dalle navicelle il mondo sembra deciso a muovere guerra all’invasore.

Rispetto alla fantascienza classica, emanazione della narrazione americana della guerra fredda, il film di Villeneuve presenta al contempo punti di contatto e notevoli differenze. Il tema, innanzitutto, è stato ampiamente sviscerato da numerosi film precedenti, ma questo non gli toglie fascino e interesse: dopotutto si tocca, ancora una volta, una corda cui l’uomo è sempre apparso particolarmente sensibile. Tuttavia la tematica è declinata in maniera particolarmente felice, con un ripiegamento intimista che pone in primo piano le identità dei singoli personaggi e i loro programmi narrativi. È vero che, fuori dalla navicella in cui Louise è penetrata, il mondo va avanti e sta per muovere guerra al nemico, ma è nello sforzo di sintetizzare un nuovo linguaggio, lontano dalla stupidità dell’uomo, che si situa la parte più interessante del film.

Visivamente ambizioso e ricercato nei modelli che convoca, il film si riallaccia a tutta una tradizione di fantascienza alta o intellettuale che è possibile far risalire fino al capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello spazio e che arriva fino ad alcuni riuscitissimi film contemporanei (Gravity, ad esempio). Come nei lungometraggi appena ricordati anche in Arrival tutto ruota intorno all’azione di un unico personaggio, chiamato a compiere un’impresa biblica, quasi impossibile. L’alfabeto concepito per comunicare con gli alieni è soprattutto una lingua, un vettore di comunicazione che, per quanto sintetico, è pensato per consentire il confronto e – sperabilmente – la pacifica coabitazione.

L’alieno invasore, poi, è quanto di più diverso rispetto ai canoni classici della cinematografia hollywoodiana. Anziché esseri tentacolari o dalle sembianze vagamente insettoidi, gli extraterresti di Villeneuve sono entità più metafisiche che reali, legate alla sfera della parola più che a quella dell’azione. Un deciso cambio di rotta dunque che rende Arrival un film assolutamente valido e originale, all’interno di un genere estremamente conservativo come è quello della fantascienza.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.