Il film da vedere nel weekend
Pet Sematary, un gran bell’horror

Regia: Kevin Kölsch, Dennis Widmyer.
Con: Jason Clarke, Amy Seimetz, Jeté Laurence, Hugo Lavoie, Lucas Lavoie, John Lithgow.
Dove vederlo a Bergamo e provincia: qui.

 

Era il 1989 quando Mary Lambert portava sul grande schermo l’adattamento cinematografico di un noto romanzo di Stephen King con il titolo Cimitero vivente. Il film assunse ben presto lo statuto di piccolo e impensato oggetto di culto per gli estimatori del genere, soprattutto grazie al modo molto immaginifico che aveva di trasporre in immagine il terrore suscitato dall’opera originale di King. Negli ultimi anni (come ha dimostrato il nuovo adattamento di It ad opera di Andy Muschietti del quale ancora attendiamo la seconda parte), pare essere in atto una sorta di riscoperta delle opere dello scrittore e del loro potenziale cinematografico (si pensi anche solo a quanto è “kinghiana” tutta la vicenda raccontata dalla serie tv Stranger Things). Vale la pena dunque di tornare a interrogarsi sulla capacità di quei testi di lasciarsi trasportare in immagini quando dietro la macchina da presa c’è un regista valido, ragionando sulla loro qualità eminentemente visuale.

 

 

Il remake di Pet Sematary (questo il titolo originale di Cimitero vivente) che sbarca in questi giorni nei nostri cinema è stato preceduto da una intensa campagna pubblicitaria volta a costruire un’attesa spasmodica ed è diretto da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, già visti all’opera nel promettente Starry Eyes (2014). Nella loro personale versione di questo piccolo grande classico generazionale dell’orrore, il protagonista è Louis, un dottore che si trasferisce (assieme a moglie e figli) in una casa di campagna perché esaurito dal troppo lavoro. Qui c’è però un antico cimitero indiano, dove chi viene seppellito ritorna dalla morte. I nostri protagonisti avranno modo di farne esperienza diretta quando il gatto della famiglia muore e ritorna in vita profondamente cambiato. Gli animali sono da sempre i migliori amici degli uomini, soprattutto quando sono domestici e quando in famiglia ci sono dei bambini. Affrontare la morte (magari imprevista) di un animale domestico è un piccolo grande trauma per i piccoli di casa e questa esperienza risulta formativa e fondativa per la gestione e l’elaborazione del lutto (facoltà tutt’altro che innate, ma che si acquisiscono nel tempo e con grande fatica). Qui questo momento di passaggio è negato e trasformato in luogo di emersione dell’orrore. È importante notare come l’impostazione drammatica privilegi la grammatica classica della paura: esiste un luogo di confine dove le normali leggi che regolano la società vengono sospese.

Il cimitero (animale o indiano che sia) è luogo di confinamento igienico per eccellenza, ma qui (come sempre accade quando si parla di morti viventi) la sua funzione manca il bersaglio, risulta inefficace e anzi grottescamente rovesciata. Anziché accogliere i morti perché non possano più tornare, il cimitero diventa portale per la loro rinascita. La fotografia curatissima e l’ottimo cast impreziosiscono un film ricercato e di grande ambizione, che non dimentica l’eredità dell’adattamento datato 1989 ma sceglie al contempo di misurarsi direttamente con il testo originale di King. Consigliatissimo.

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