Il film da vedere nel weekend
Sing, uno spettacolo animato

Da quando il genere/format televisivo del talent show si è imposto nei nostri palinsesti è riuscito a catalizzare l’attenzione di una parte sempre più consistente del pubblico, balzando in testa agli indici di gradimento. Ne esistono ormai infinite varianti, in grado di soddisfare anche i palati più esigenti e gli appassionati di più o meno qualsiasi attività. Un ruolo di primo piano nella costruzione del fascino di questi programmi è spesso costituito dalla crudeltà più o meno impostata di chi è chiamato a giudicare le performance e dalla conseguente sfuriata che il concorrente è chiamato a subire qualora la sua realizzazione non si riveli all’altezza delle aspettative. Si tratta di un modello che, seppure in forma parzialmente edulcorata, ha incominciato a coinvolgere anche il mondo dell’infanzia, con talent appositamente pensati per la loro fascia d’età o con la versione kids di format di successo (come The Voice, Masterchef etc.).

 

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La cultura del talent si è così imposta anche fra i più giovani e si tratta di un mutamento non privo di rischi. Lo ha capito bene il visionario regista inglese Garth Jennings che, dopo il suo più grande successo cinematografico (Guida galattica per autostoppisti, 2005), torna al cinema con il film d’animazione Sing che, seppure in forma sublimata e molto colorata, propone un modello alternativo di narrazione dell’industria dell’intrattenimento televisivo, a tutto vantaggio degli spettatori più giovani. Protagonista del film è il koala Buster Moon (il nome non può che ricordare quello del più celebre Buster Keaton, ovviamente) che, per salvare la pelle dai creditori che lo inseguono ormai da tempo, decide di organizzare un talent show per un nuovo spettacolo, in grado – si spera – di farlo navigare in acque più tranquille. Nel suo teatro si raccolgono allora diversi aspiranti artisti dalle storie disparate, come una porcospina rocker e uno scimmione che si diletta col blues.

 

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Il talent messo in piedi da Buster ricorda esattamente quelli che si vedono in televisione, per quanto sia in realtà privato di tutti quegli elementi spigolosi che poggiano sulla messa in ridicolo dell’individuo. È proprio per questo che appare come un contro-modello particolarmente indovinato, soprattutto per il pubblico infantile, cui il film è in prima battuta rivolto. Lo spettacolo creato in Sing è anzitutto una festa, divertente e piena di buoni sentimenti. Gli animali, per quanto come sempre accade siano portatori di personalità vicarie di quelle umane, appaiono nel complesso molto ben caratterizzati e privi dei vizi tipici delle loro controparti antropomorfe. Anche i problemi economici di Buster, in fondo, sono giustificabili perché dettati dall’amore sincero e spassionato per il teatro.

Il film non riserva certo grandi sorprese per quanto riguarda lo sviluppo dell’arco narrativo, ma non si sente il bisogno di ricami rocamboleschi sulla sceneggiatura. Oltre a mettere in scena uno spettacolo teatrale, infatti, Sing ne richiama la struttura formale, scegliendo di accostare l’uno dopo l’altro una serie di numeri diversi, ciascuno legato ad uno dei suoi scoppiettanti protagonisti. Non manca, ovviamente, la componente umoristica, che anzi si rivela come l’autentica chiave di volta del film, utile per rendere il discorso più agile e capace di intrattenere. Nel complesso Sing si presenta come un eccellente film d’animazione pensato (soprattutto) per un pubblico giovanissimo, che si lascia apprezzare in particolar modo per la sua capacità di decostruire in modo leggero e divertente un mito televisivo come quello del talent.

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