I Fratelli Karamazov vanno a teatro
Ivan, prima produzione del Donizetti

Cristo torna sulla terra nella Spagna infiammata dai roghi dell’Inquisizione. Sarà anche lui imprigionato come eretico. In una lunga notte il Grande Inquisitore gli illustrerà perché la Chiesa non ritenga l’uomo pronto per la libertà, ma necessiti, per la sua stessa felicità, di un fermo controllo da parte dell’istituzione. O magari che, per debolezza, non possa aspirare ad altro che a farsi schiavizzare. Si vola alto martedì 14 e mercoledì 15 (ore 21) al Teatro Sociale con Ivan. Una prima nazionale. Il Donizetti, in collaborazione con Atir Teatro, si cimenta per la prima volta nella produzione di uno spettacolo che non sia un’opera lirica, e non è un ingresso in punta di piedi ma dalla porta principale: quella delle grandi tematiche esistenziali trattate nel capitolo più celebre del più celebre libro di Dostoevskij, I Fratelli Karamazov. In scena solo Fausto Russo Alesi, che il pubblico bergamasco ha già avuto modo di applaudire lo scorso dicembre in qualità di interprete insieme a Natalino Balasso di Smith & Wesson. La regia è di Serena Sinigaglia, la drammaturgia di Letizia Russo, la consulenza linguistica di Fausto Malcovati. Dura un’ora e venti senza intervallo. Che rispetto alle mille e più pagine del libro è un lusso. Scarna ma significativa la scenografia: una spirale metallica con attaccate delle pagine antiche, che da Ivan-Alesi sale verso l’alto, verso l’infinito, a simboleggiare la ricerca spasmodica dell’uomo di risposte ai suoi miliardi di domande. Domande che reitera con ostinazione.

«Confrontarsi con un testo così importante offre una grande opportunità – racconta Fausto Russo Alesi – È un capolavoro sterminato, i Karamazov, e il percorso che abbiamo deciso di intraprendere si concentra su uno dei protagonisti. Abbiamo messo la lente d’ingrandimento sui suoi conflitti e le sue debolezze. È un’astrazione: cerchiamo di abitare questo testo dal suo punto di vista. Lui ci conduce all’interno del discorso della leggenda sul Grande Inquisitore. È un modo per ritornare sulle grandi domande che sono insite nella natura umana. Domande a cui è difficile dare una risposta, sempre che ci sia. È un momento di riflessione di cui sia io che Serena sentivamo la necessità».

L’afflato esistenziale offerto dall’opera è infinito, «un pozzo senza fondo – va avanti Russo Alesi -. Anche quando ci si concentra su una sola pagina si finisce per avere una successione vertiginosa di stimoli su ciò che l’uomo deve affrontare nel rapporto con la vita e con sé stesso. Ogni parola, ogni frase è un cassetto da aprire per vedere cosa c’è dentro. “Salvateci da noi stessi” è una di queste». Portata e sfumature delle parole sono un abisso. Il lavoro di scoperta su come si sono annidate in noi, e su come scardinarle, è l’emblema stesso del personaggio Ivan. «Il suo ideale di purezza, di bellezza e di bontà è totale. Come la sua sete di conoscenza». Le domande che si pone Ivan sono spiazzanti «e scottanti, soprattutto di questi tempi, soprattutto in una dimensione pubblica».

Fausto Russo Alesi, parola di regista, «è perfetto per Ivan: non voglio certo ricordarne i meriti e i talenti, che sono già noti. Mi preme invece sottolineare l’amicizia profonda e l’antico sodalizio artistico che ci lega: ci scoprimmo amici e colleghi nel 1992, amanti di un teatro che non sapevamo ma avrebbe segnato le vite di entrambi. Lo stesso teatro, la stessa spasmodica ricerca di un senso per cui vivere, di un segno da tramandare. Ieri, coi tanti spettacoli vissuti assieme, oggi in questa nuova, meravigliosamente difficile, avventura».

Il Donizetti che produce e poi chiude per restauro. Il Teatro Donizetti diventa grande. Con la lirica già si è fatto largo nel mondo della produzione. Nel teatro di narrazione, invece, debutta con «Ivan», dove l’accento sulla a è d’obbligo per dare la giusta connotazione (russa) e uscire dalla flessione tutta italiana di quel nome. Una sfida, un mettersi alla prova, ma in collaborazione con una certezza del palcoscenico di casa nostra come Atir – Teatro Ringhiera. E soprattutto un modo di tenere alto il nome del nostro, di teatro (visto che la pièce circolerà tra gli altri stabili italiani) in mesi in cui quelle quinte, quella platea e quelle cinque file di palchetti e gallerie saranno chiusi al pubblico per restauro, da settembre. Basti dire che dopo il debutto al Sociale «Ivan» approderà al Piccolo di Milano dal 28 febbraio al 5 marzo. Lo spettacolo è costato 44 mila euro: una spesa da ripartire al 50 per cento tra Donizetti e Atir, così  come i ricavi. I semi della messa in scena li ha piantati il direttore artistico delle stagioni di prosa e altri percorsi a Bergamo, Maria Grazia Panigada, rimasta impressionata da una lettura di Russo Alesi del «Grande Inquisitore», lo splendido capitolo dei «Fratelli Karamazov» in cui Dostoevskij immagina che Cristo torni sulla terra, nella Siviglia dell’Inquisizione, e sia messo in catene. Il pensiero dei «Karamazov» è sempre attuale. I problemi dell’essenza umana pure. Parlare di fragilità non conosce passato: per il futuro del teatro cittadino, dunque, Panigada ha deciso di partire da qui.

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