Il Giopì, la vita bergamasca
presa ironicamente sul serio

Sabato 22 novembre alle 16 presso la sala Galmozzi (ex aula consiliare) di via Tasso a Bergamo si terrà la presentazione del libro "Un giornale e la sua città: il Giopì 1894-2014. Un libro che riflette 120 anni di vita bergamasca presa ironicamente sul serio.

Correva l’anno 1894, così iniziano di solito le cronistorie. Ma questa non è un’ordinaria cronologia, è la vita di un giornale: Il Giopì, oggi letto da una minoranza di bergamaschi, malgrado una longevità editoriale di tutto rispetto. Il 18 novembre di quell’anno usciva la prima copia: numero zero, cadenza settimanale, 8 pagine di articoli e vignette, cent. 5. L’Italia era da qualche decennio riunificata. Essendo la grande stampa impegnata a condividere le pomposità dell’evoluzione nazionale, toccò ai minori stimolare il senso critico della gente con un foglio satirico. A Bergamo ci pensò un trio di scapigliati: Teodoro Piazzoni, primo direttore, Benvenuto Trezzini e Annibale Casartelli. giornalisti di indiscusso acume e penna graffiante. Fu titolato “Giopì”, sul fare della nostra maschera  tipica, tacciata di “scarpe grosse ma cervello fino” e, in casi estremi, armata anche di randello. La figura nella testata era opera del noto pittore Alberto Maironi da Ponte. Un giornale in apparenza sempliciotto, ma in verità stracolmo d’arguzia e per niente avaro di feroci stoccate.

I bergamaschi lo amarono subito, quello che non andava, in città o nella nazione, lo sapevano dal Giopì. Veniva stampato dalla tipografia Fagnani e Galeazzi in uno dei capannoni della Fiera, dunque extra moenia, mentre la Bergamo d’allora risiedeva nella cinta delle mura. A Teodoro Piazzoni succedettero nella direzione Giovanni Caglioni, Ismaele Ceroni, Francesco Flaccadori, Ferruccio Piazzoni, la linea del giornale non risentì molto di queste staffette direzionali, il Giopì amava parlar chiaro e non risparmiava critiche né a politici, né a religiosi, soventi i battibecchi con L’Eco, colorite le canzonature rese più salaci dall’uso del dialetto bergamasco, comunicative e spassosissime le vignette satiriche. Per portare avanti una linea del genere, oggi, occorrerebbe disporre di un esercito di avvocati. Il 13 novembre 1915 il giornale sospendeva la pubblicazione, la scintilla dell’attentato a Serajevo aveva infuocato l’Europa, innescando il primo conflitto mondiale. La guerra si ingoiò una infinità di uomini e mezzi e anche il Giopì ne fece le spese.

Ma nel 1919 eccolo riapparire con due numeri speciali, uno dedicato alle elezioni politiche, l’altro alla Fiera di Sant’Alessandro, materie fatte a pennello per la verve del “Giopì”. Poi nel 1922 diventa “Gioppino sotto i Portici”, segno evidente che il baricentro della città, con l’intrapresa edificazione del nuovo centro cittadino, si stava spostando al basso. Il direttore era Pietro Moretti, uscita settimanale, 8 pagine, cent. 20. Per sopravvivere non disdegnava, o per meglio dire ambiva agli introiti della pubblicità, ma si fece attore anche d’iniziative benefiche. Non vi era anomalia della vita cittadina che passasse inosservata e trattata con le parodianti provocazioni della satira. Nel 1923 prendeva il titolo di “Ol Giopì” e alla direzione succedeva Arturo Cattaneo. Eccellente la squadra dei caricaturisti:Arturo Bonfanti, Bruno Montanari, Remo Manaira, Alfredo Faino e altri.

Il primo giorno del 1924 nasceva a Bergamo il Ducato di Piazza Pontida, poi ufficialmente battezzato il 15 marzo con un memorabile banchetto alla trattoria dell’Angelo di borgo Santa Caterina. La citazione non è casuale, perché il Ducato, che stampava dapprima un proprio foglio, poi, quando “Ol Giopì” entrerà in crisi economica, vi subentrerà nella gestione. Un accorato appello pubblicato in quel periodo (gennaio 1925) ci dà un’idea delle risorse necessarie per continuare a reggere l’impresa editoriale, scriveva il giornale: “Abbiamo bisogno di 500 abbonamenti ordinari (£ 12) e di 100 abbonamenti sostenitori (£ 50)”. Nel 1926 “Ol Giopì” apriva le pagine anche alla fotografia. Nel frattempo era divenuto direttore Angelo Carrara, seguito da Nino Galimberti che si firmava con lo pseudonimo di “Uno, nessuno, centomila”. Le nozze col Ducato accasarono al “Giopì” le migliori voci poetiche dell’epoca, il gotha della letteratura in lingua bergamasca: Rodolfo Paris, Angelo e Pietro Astolfi, Giuseppe Bonandrini, Luigi Citerio, Gianni Gervasoni, Ferruccio Grasselli, Guerino Masserini, Pietro Nicoli, Giacinto Pellegrini, Giuseppe Servalli, Antonio Arienti, Giovanni Bertacchi, Giacinto Gambirasio, Bortolo Belotti. Si elevò di molto il livello letterario, signoreggiò sublimemente la poesia, sebbene non rinunciasse alla sua vocazione satirica, magari in stile più soft, ma ugualmente efficace.

Nell’agosto del 1928 ne assumeva la direzione Giacinto Gambirasio (Smiciatöt). Quelli dal 1928 al 1938 furono anni fiorenti, che non facevano certo presumere il secondo stacco. Al partito fascista non era gradita quella faccia gozzuta sulla testata del giornale, una specie di offesa all’italica razza, ne tantomeno quegli articoli e vignette satireggianti i gerarchi e l’avanzante sopraffazione politica. Il giornale corrispose alle minacciose ammonizioni togliendo la maschera dal titolo e fors’anche moderando i toni satirici, ma il destino era ormai segnato, prima fu imposto un vicedirettore esterno: Carlo De Martino, poi la chiusura. Era l’11 dicembre del 1938. Per l’Italia si appressava l’ingresso nella Seconda guerra mondiale, ulteriore aggravante a giustificare, in parte, questa seconda interruzione.

Ma la domenica del 23 dicembre 1945 il “Giopì” tornò a intrattenere il pubblico bergamasco, sempre sotto l’egida del Ducato di Piazza Pontida. Il nuovo corso gli consentì di ricollocare la faccia di Gioppino nella testata; era sempre di 8 pagine, frequenza settimanale, £ 10, direttore Giacinto Gambirasio. Il direttore ebbe il merito di circondarsi di apprezzati studiosi, valenti dialettologi e abili disegnatori. Il giornale cresceva… anche di prezzo, prima a £ 12 (giu. 47), poi £ 15 (ago. 47), indi £ 20 (gen. 49) e infine £ 25 (dic. 54), il doppio in 7 anni. Vi furono cambi anche nella direzione: a marzo 1947 Luigi Volpi, a gennaio 1949 Coriolano Mazzoleni, a maggio 1950 Luigi Gnecchi. Si può affermare che per il “Giopì” iniziò un periodo d’oro, favorito dall’adesione al Ducato, di notevoli personalità della società bergamasca: l’avv. Davide Cugini, il dr. Giosuè Truffelli, il comm. Lodovico Quadri, l’avv. Ubaldo Riva, il dott. Cino Rampoldi, l’avv. Sereno Locatelli Milesi, l’avv. Tino Simoncini, il dr. Gianfranco Goggi, l’ing. Luigi Angelini, il prof. Vittorio Mora, l’avv. Martino Vitali, l’avv. Pieralberto Biressi, il prof. Tarcisio Fornoni, il dott. Gianfranco Cantini, l’avv. Alfonso Vaiana, il prof. Giovanni Banfi,  gli scultori Elia Aiolfi, Costante Coter, Gianni Remuzzi, Mario Vescovi, Nino Galizzi, Ferruccio Guidotti, Piero Brolis, i pittori Eugenio Bertacchi, Virgilio Carbonari, Luigi Brignoli, Giabattista Galizzi, Umberto Marigliani, Luigi Scarpanti, Tomaso Pizio, Cecco Previtali, Luigi Arzuffi, Angelo Bonfanti, Piero Urbani,  Angelo Capelli. L’elenco non è esaustivo ed è doveroso porgere le scuse agli innominati.

Nel 1965 il giornale passava dalla frequenza settimanale a quella quindicinale che mantiene tuttora, più radicale la variante del 1981 quando veniva tolto dalle edicole per essere spedito solo ai sottoscrittori dell’abbonamento annuo di £ 10.000. Nel 1984 Luigi Gnecchi, dopo 33 anni di permanenza, lasciava la direzione a Carmelo Francia. In quel periodo il “Giopì” vestito di blu, non per celebrare il… Modugno, ma perché veniva stampato con inchiostro blu, si era parecchio affinato grazie alla puntigliosa cura del duca Andrea Gibellini e del giornalista Francesco Barbieri, più tardi anch’egli duca. Assai accattivante la veste che il giornale assumerà a partire dall’anno 2000 con l’adozione del colore; la passione di Bruno Agazzi stampatore nonché duca, unita alla professionalità del giornalista Roberto Ferrante, ne faranno uno dei periodici più raffinati del panorama bergamasco, perfettamente in linea con l’occhiello della testata: “Quindicinale di Cultura, Arte, Folclore e Tradizioni Bergamasche”. A fine 2007, Carmelo Francia, dopo quasi 24 anni di direzione, lascerà la carica a Gianluigi Morosini, attuale direttore. La qualità grafica è stata certamente accompagnata da eccellenti artisti del disegno come: Ilio Manfredotti, Vania Russo, Aldo Bortolotti e Silvana Capelli. Da singolari poeti come: Umberto Zanetti, Gianfranco Ferrari, Abele Ruggeri, Piero Scuri, Lucia Rottigni Tamanza, Anna Rudelli, Remo Pedrini. Da preziose penne come: Aldo Novi, Nico Capelli, Ermanno Comuzio, Mario Locatelli, Bernardino Luiselli, Enzo Novesi. Ma ce ne sarebbero molti altri che il libro doverosamente cita. Il rapido progresso tecnologico, condizionante la società del terzo millennio, ha inciso anche sul “Giopì”. Nuovi mezzi di comunicazione, composizione e stampa  hanno modernizzato la produzione del giornale che a partire da gennaio 2008 si presentava con la nuova e attuale testata e una più specifica impaginazione tematica. Stabile il corpo di 8 pagine a colori, l’uscita quindicinale, l’abbonamento annuo di € 30.

Sono trascorsi così 120 anni in cui il “Giopì”. apparentemente tra lazzi e frizzi, ma sostanzialmente con amorevole attaccamento alla sua Bergamo, ne ha di riflesso registrato l’arte, la cultura, la lingua,i fatti,le tradizioni, in una mirabile cavalcata dal Novecento al nostro secolo.