Il film da vedere nel weekend
Sangue del mio sangue, da Venezia

Il nome di Marco Bellocchio è inserito a pieno diritto nel pantheon del cinema italiano da quando ha esordito con I pugni in tasca, di cui si è recentemente celebrato il cinquantenario. Interprete violento e sagace di un cinema innovativo e profondamente imprevedibile nella forma, Bellocchio è un regista che ancora oggi non si stanca di sperimentare, mettendo su schermo le suggestioni del presente in maniera sempre attenta e puntuale. È in effetti straordinario vedere come, molto spesso, siano i vecchi maestri che hanno fatto la storia del medium cinematografico i più capaci di rinnovarlo, proponendo nuove strade da percorrere e suggerendo ulteriori possibilità di ricerca anche ai cineasti di nuova generazione. L’arrivo all’ultimo Festival di Venezia di questo suo Sangue del mio sangue conferma, al di là di ogni dubbio, la grande capacità di Bellocchio di aggiornare il proprio repertorio di immagini, in questo caso a cavallo fra la storia (che sembra più letteraria e leggendaria, come per l’ultimo Garrone) e memoria biografica.

Una storia del passato: a Bobbio, si presenta in un convento un cavaliere di nome Federico. Egli desidera rendere onore al ricordo di suo fratello Fabrizio, un sacerdote che si è tolto la vita. L’Inquisizione ha individuato in Benedetta, una giovane suora, la responsabile; la donna sarebbe colpevole di averlo sedotto e portato al peccato. Federico, originariamente animato da desideri di vendetta, non può che rimanere affascinato dalla giovane donna, che verrà comunque condannata a venire imprigionata per sempre nel convento. Sono passati i secoli e a Bobbio quel convento esiste ancora, abitato da un conte misterioso ed antico, che di notte lascia quelle mura colme di memoria per girovagare nel paese.

Bellocchio è uno dei migliori esempi di come il cinema di qualità dovrebbe essere, forse insieme ad un altro grande regista come è Jean-Luc Godard. Mai fermatosi ai pure ottimi risultati raggiunti con i suoi film più classici (I pugni in tasca ovviamente in testa), Bellocchio si riconferma oggi un artista capace di rileggere sé stesso, di rimettersi continuamente in discussione e, perché no, di entrare in contraddizione con quello che è stato. Sangue del mio sangue appare allora come l’epilogo, sempre parziale com’è ovvio che sia, di un processo di riconsiderazione, di raffinamento e riflessione sul proprio cinema da parte di un regista che non si è mai accontentato di rifare il suo cinema. Questa volta è nel passato che egli va a cercare il motore capace dI far muovere le proprie immagini, nel Seicento bigotto di un’Italia divisa fra ansia religiosa e desideri passionali: tutto parte da qui ma i riferimenti al presente non sono mai assenti, come a dire che la storia può e deve essere riletta soprattutto alla luce della nostra contemporaneità.

Una storia non epica e trionfalistica, ma profondamente umana e personale (come sempre in Bellocchio), che ruota intorno al personaggio di Benedetta, capace di far recedere dai propri propositi distruttivi perfino un uomo d’onore come Federico. La strega è infatti soprattutto una donna, intesa qui come forza incontenibile e capace di ricollegarsi ad un immaginario positivo qual’è quello della generazione e della nascita. La donna è sempre al centro del cinema di Bellocchio, soprattutto quindi nella sua accezione di madre, come accadeva nel bel L’ora di religione, che pure aveva al centro una tematica di stampo religioso. Sangue del mio sangue è allora un film di rilancio, ma contestualmente di grandi conferme, senza dubbio una delle più interessanti produzioni italiane dell’ultimo periodo.

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