La collezione “musulmana” di D&G
Mossa che divide, ma azzeccata

Si chiama Abaya ed è la prima collezione di abiti e indumenti interamente dedicata alle donne musulmane firmata da Dolce & Gabbana. Presentata in esclusiva sul magazine Style Arabia, che si occupa di moda in Medio Oriente, anche Stefano Gabbana ha lanciato la collezione postando delle immagini sul suo profilo Instagram. Si tratta, nello specifico, di hijab e, come dice il nome stesso, abaya, ovvero rispettivamente del velo per coprirsi il capo e delle vesti, solitamente nere, che coprono tutto il corpo della donna esclusi volto, mani e piedi. Come spiega Style Arabia, la maggior parte dei capi che compongono la collezione sono realizzati in colori neutri, soprattutto nero e beige, e con tessuti molto leggeri.

Il tocco D&G. A rendere esclusivi gli hijab e gli abaya di Dolce & Gabbana, però, sono naturalmente i tocchi di classe degli stilisti siciliani. Pietre, pizzi, ricami e stampe floreali o di limoni che richiamano fortemente la collezione Primavera 2016 del brand di moda italiano, ricca di rimandi alla Sicilia tanto amata da Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Come rivelano le foto delle modelle che presentano i capi, data la logica semplicità di questi (sia l’hijab che l’abaya, nella cultura araba, rappresentano un segno di modestia delle donne), l’abbinamento consigliato è con gioielli, borse e occhiali vistosi, molto appariscenti. È nell’abbinamento tra i capi della tradizione e questi accessori che sta la forza, almeno immaginifica, della collezione. Non solo: fondamentale è anche il makeup scelto dalla donna per accompagnare questi abiti, tanto pregiati (in termini di “marca”), quanto semplici in termini di vestizione. Non è un caso che Style Arabia abbia dedicato un articolo proprio sul makeup perfetto da abbinare alla collezione firmata Dolce & Gabbana.

Una collezione che divide. Naturalmente la notizia ha molto diviso e non solo in Italia. Anche all’estero c’è chi è entusiasta di questa scelta del marchio di moda italiano, come Marie Claire, che ha definito Dolce & Gabbana «sempre un passo avanti, dei rivoluzionari della moda», ma anche chi osserva con distacco la notizia, come il Guardian, che mettendosi nei panni di una donna musulmana si chiede: «Ma veramente dobbiamo fare i salti di gioia ogni volta che uno stilista ci lancia una briciola?». Lo stesso non poteva che succedere anche in Italia: da un lato commenti di giubilo per un mondo che «finalmente squarcia il muro invisibile che divide la moda occidentale da quella orientale», dall’altra l’analisi, ad esempio, di Maria Corbi su La Stampa, la quale sottolinea come «il velo islamico rappresenti comunque un simbolo dell’oppressione delle donne. Puoi griffarlo quanto ti pare, ma qualsiasi ritocco di artista svanisce davanti al significato di quelle tuniche. Sarebbe come decorare le palle al piede dei prigionieri». Posizioni molto lontane, ma che in ogni caso portano acqua al mulino di Dolce & Gabbana. Bene o male, l’importante è che se ne parli…

Perché effettivamente fa un po’ strano che siano stati proprio i due stilisti siciliani a promuovere questa iniziativa, gli stessi che negli anni ’80 stupivano e volutamente provocavano con i reggiseni a vista. Ma a pensarci bene, invece, anche la collezione Abaya rientra perfettamente in questa visione della moda: non un fine, ma uno strumento per rinnovare, innovare e, per certi versi, anche migliorare la società. E per fare questo, negli anni ’80 era necessario scuotere una cultura ancora bigotta e “ingabbiata” in un’ideale di donna casta e pura, oggi invece l’obiettivo è diventato abbattere quelle barriere, per lo più ideologiche, che dividono l’Ovest dall’Est. Poi, naturalmente, c’è il lato economico.

Un mercato che è una miniera d’oro. Secondo uno studio firmato Thomas Reuters, nel 2013 i Paesi musulmani hanno speso qualcosa come 340 miliardi di euro circa nel settore fashion. Cifre che, secondo le proiezioni, toccheranno quota 450 miliardi di euro nel giro di tre anni, entro il 2019. Davanti a un mercato in così forte ascesa, unico nel settore con tali margini di crescita, è normale che le case di moda decidano di buttarcisi a capofitto. Dolce & Gabbana fanno clamore perché sono l’emblema dell’eccellenza italiana, ma già nel 2014 marchi rinomati quali DKNY e Tommy Hilfiger hanno lanciato delle collezioni con una quantità di capi limitata (tecnicamente dette capsule colletions) per i musulmani, in particolare per il periodo del Ramadan, il periodo delle feste. La stilista Monique Lhuillier ha invece realizzato una linea di caftani per Moda Operandi.

 

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[Mariah Idrissi nella pubblicità di H&M]

 

La stessa strada è stata intrapresa anche da grandi marchi di moda low cost, su tutti H&M, che a settembre ha realizzato la prima pubblicità con protagonista una modella con l’hijab, la 23enne Mariah Idrissi, la quale ha poi affermato: «Nel mondo della moda noi donne musulmane ci sentiamo spesso ignorate. È come se importi poco alle grandi case di moda del nostro stile. Per questo è fantastica l’iniziativa di H&M». A giugno 2015 fu invece Uniqlo ad incaricare la stilista Hana Tajima della realizzazione di alcuni capi e hijab per donne musulmane poi messi in vendita online e in alcuni selezionati store mediorientali, come ha raccontato il Guardian. Nello stesso periodo, il New York Times spiegava come sempre più grandi catene di moda si stessero aprendo al mercato arabo, trasformando in un’importante opportunità quelle che, fino a qualche tempo fa, erano viste come insuperabili differenze culturali. C’è la voglia di cambiare il mondo, dunque, dietro a certe scelte, ma anche (e soprattutto) quella di trovare nuove importanti entrate. E ciò vale tanto per la moda low cost quanto per quella firmata Dolce & Gabbana.

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