La danza macabra di Clusone
(che non è poi così macabra)

A Clusone, sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini, si dispiega una vera e propria antologia di affreschi con temi macabri, rara per la sua completezza e di immediata comunicazione visiva: l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, il Trionfo della Morte, la Danza macabra. Vennero dipinti nel 1485 da Giacomo Busca e oggi costituiscono un motivo affascinate e anche curioso di attrazione.

Il significato autentico e un libro che lo spiega. Ma quando alziamo la testa per guardare quelle immagini scatta inevitabile una domanda: che significato avevano davvero scene come queste, che erano diffuse in tante chiese del nord Italia? È la domanda a cui due studiosi di calibro hanno fornito finalmente una risposta esauriente: si tratta di Chara Frugoni, celebre medievalista, grande esperta del movimento francescano, e Simone Facchinetti, storico dell’arte e curatore del Museo Bernareggi di Bergamo. Il libro, pubblicato da Einaudi, è corredato da una nuova campagna fotografica con bellissime immagini. Verrà presentato dai due autori il 1° dicembre a Solto Colllina, il 2 a Stezzano e infine il 3 proprio a Clusone.

 

Danza Macabra Clusone Oratorio

 

La “scoperta” del Purgatorio. Perché dunque, verso la fine del Trecento, la Chiesa accolse in affreschi e miniature temi macabri come quelli che vediamo a Clusone? A prima vista infatti svolgono argomenti che in sé non hanno nulla di cristiano, dato che al fedele dovrebbe interessare la sorte dell’anima e non quella del corpo. In realtà questi soggetti sono connessi con la diffusione di una nuova idea circa il mondo dell’aldilà: oltre a Inferno e Paradiso venne “scoperto” un terzo regno, quello del Purgatorio. Il Purgatorio, come aveva dimostrato Jacques Le Goff in un libro famoso, fu uno degli elementi della profonda rivoluzione della società che si determinò alle soglie del mondo moderno occidentale verso il 1200, quando vennero alla ribalta nuove classi: banchieri, mercanti e intellettuali.

 

Danza macabra Clusone

 

Nelle città, che rispetto all’Alto Medioevo si erano decisamente rianimate, e nelle quali nasceva il mondo moderno, si sviluppò il lavoro specializzato, ben diverso rispetto all’unico mestiere del contadino dei secoli precedenti. Così nelle città circolava una ricchezza meglio distribuita che aveva permesso la produzione di beni che non rispondevano più soltanto ai bisogni della mera sopravvivenza. Ebbene, questo spazio di libera iniziativa e anche di guadagno sul lavoro (si facevano i primi “utili” della storia) aprivano percorsi di coscienza che chiedevano risposte nuove. Impossibile essere perfetti, nel momento in cui il lavoro portava ad accumulo di ricchezza: per questo non si poteva pretendere di meritare il Paradiso, ma ci voleva un ambiente in cui poter scontare questa “imperfezione” del nuovo modello di società. Di qui il Purgatorio.

Un messaggio di fede e speranza. Non a caso l’affresco, per quanto macabro nelle immagini, incita comunque a non perdersi d’animo. Basta leggere la bella scritta dipinta sul muro per rendersene conto: «O ti che serve a Dio del bon core non havire pagura a questo ballo venire ma alegramente vene e non temire poj chi nasce elli convien morire”. Quindi, chi ha ben vissuto può affrontare “alegramente” il momento inesorabile della morte personale.

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