La fregatura di Venezia al Colleoni
che poi s’è preso la sua rivincita

Stando ai patti la sua statua equestre avrebbe dovuto campeggiare in piazza San Marco. Un monumento impegnativo e solenne, che era stato affidato ad uno dei pochi in Italia che avesse ripreso l’arte ormai dimenticata del bronzo, quell’Andrea del Verrocchio alla cui bottega era cresciuto anche Leonardo. Verrocchio ascoltò la richiesta che veniva da Venezia e si cimentò nella sfida: un monumento di Bartolomeo Colleoni a cavallo sul tipo di quello che trent’anni prima il grande Donatello aveva realizzato per un personaggio che il Colleoni conosceva bene, il Gattamelata, un condottiero come lui, sotto del quale era stato anche a servizio. Donatello lo aveva eretto in piazza del Santo a Padova, davanti alla Basilica. E quel monumento aveva attirato i desideri di tanti, che avrebbero voluto averne uno simile: anche Ludovico il Moro mise al lavoro Leonardo per farne uno sul padre Francesco Sforza, che prima di essere signore di Milano si era guadagnato la gloria con le armi. Ma come è ben noto Leonardo fallì nell’intento, per eccesso di ambizione e per l’instabilità di quei tempi (oggi il cavallo fuso ricostruito dai suoi disegni è stato piazzato davanti all’ippodromo milanese: ma è un po’ un fantoccione…).

 

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La sfida per il Verrocchio non era da poco. Il Gattamelata di Donatello era alto quattro metri ed era il primo monumento equestre fuso in bronzo dall’antichità. In sostanza, non s’era visto nulla di simile dai tempi del Marco Aurelio in Campidoglio. Il problema oltre che di fusione era statico: reggere il grande corpaccione del cavallo e del cavaliere su quattro supporti esili che erano le zampe, per di più in movimento del cavallo. Donatello aveva usato l’escamotage di far appoggiare la gamba davanti ad una sfera, il che conferiva ancor più una dimensione di dominio. Verrocchio invece volle fare di più: la tenne alzata sospesa nel vuoto. Plasmò la cera nella sua bottega fiorentina e la inviò a Venezia per l’operazione più delicata. Era il 1481. Bartolomeo non era morto da neanche cinque anni e le sue disposizioni stavano per essere rispettate.

 

 

Sennonché quando arrivò a Venezia Verrocchio capì lo scherzo che i lagunari avevano tirato al loro condottiero: prendendo alla lettera il testamento avevano fissato la collocazione davanti all’ospedale di San Marco, anziché sulla piazza. Convenienza voleva così e poi il prepotente Colleoni era morto e non avrebbe potuto consumare nessuna vendetta.

Comunque il meglio doveva ancora venire. Le operazioni di fusione si rivelarono complesse, i tempi si allungarono e il Verrocchio non riuscì a vedere l’opera conclusa in quanto morì nel 1488. Avrebbe dovuto proseguire l’opera un suo allievo, Lorenzo di Credi. Ma Venezia si mise di mezzo e impose un suo uomo, Antonio Leopardi. Che portò a termine il monumento e subito dopo morì, lasciando una non buona fama a quel grande bronzo…

Che oggi comunque continua a campeggiare laggiù, a Piazza San Giovanni e Paolo, davanti all’ospedale di San Marco. Un gigante imperioso che ruotando sul busto, sul suo cavallo, sembra dominare ancora il mondo. Come si conviene a quel condottiero che si diceva avesse tre “coliones” (quelli che compaiono sul suo stemma araldico). Oggi quel grande bronzo alto ben  3,95 metri, base esclusa, compare su tutti i libri di storia dell’arte come uno dei più bei monumenti al mondo. Così Bartolomeo si è preso la sua rivincita. E che rivincita.

 

 

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