La mostra più femminista d’Italia
è alla Gamec (giocosa e raffinata)

Mai eccessiva, mai (troppo) politica. Ironica, giocosa, surreale. Tagliente ma con raffinatezza, Frau Birgit Jürgenssen, viennese, nata nel ‘49 e morta nel 2003. La rabbia della lotta femminista con lei si è tramutata in arte, la battaglia civile ha scosso le menti ma col sorriso. Emblematico il modo in cui ha denunciato la favola melliflua della maternità: una scarpetta da ballo stravolta nella forma. Schwangerer Schuh, cioè Pregnant Shoe, una scarpa “incinta” difficile e dolorosa da indossare, ma pur sempre delicata, con la sua prominenza in tulle.

Dall’8 marzo (e fino al 19 maggio) la Gamec è il primo museo italiano a ospitare una retrospettiva di questa straordinaria e ancora poco valorizzata artista. Un progetto espositivo intitolato Io sono., a cura di Natascha Burger e Nicole Fritz, nato in stretta collaborazione con Estate Birgit Jürgenssen, Kunsthalle Tübingen (Germania) e Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk (Danimarca). Birgit Jürgenssen ha attinto ai linguaggi del Surrealismo per trattare convenzioni sociali, sessualità, canoni di bellezza e rapporti tra i sessi con un linguaggio ironico e un umorismo sovversivo che ha spesso coinvolto l’immagine dell’artista stessa. Il corpo messo in scena non è mai ostentatamente esibito, quanto piuttosto celato e poi svelato attraverso l’uso di maschere, inserti, materiali naturali, quasi delle estensioni, o protesi, utili a scandagliare le profondità psicologiche ed emotive del femminile.

Articolata in sei sezioni. Io sono. offre uno spaccato esaustivo sulla produzione dell’artista austriaca attraverso oltre 150 lavori realizzati in quarant’anni di ricerca, tra disegni, collage, sculture, fotografie, rayogrammi, gouache e cianotipie. Il percorso espositivo occupa tutte le sale della galleria, dai disegni dell’infanzia, firmati “Bicasso”, ai lavori più maturi, di grande formato, passando attraverso i giochi linguistici e letterari, che raccontano la contaminazione tra narrazione e rappresentazione, fino a focalizzarsi, nella parte centrale, sui due grandi temi che contraddistinguono la ricerca dell’artista: il genere e la natura. L’opera di Birgit Jürgenssen assume un nuovo significato nel nostro presente: il suo approccio non rigidamente ideologico ma più radicato nella sfera individuale e intima infonde nuova concretezza al potere emancipatorio dell’arte (al femminile, ma non solo).

Contro i pregiudizi. Fin dagli inizi si donò all’arte per osteggiare «i pregiudizi e i modelli di comportamento cui sono soggette le donne all’interno della società». Ironizza contro gli stereotipi di cui sono vittime le donne di ogni tempo (in una foto del ‘75 si ritrae come “Donna-cucina portatile incorporata”). Il suo umorismo rivoluzionario abbraccia la psicoanalisi, è del resto lei e Freud sono della stessa città, ragionando sulla componente selvaggia dell’identità femminile. Un’esposizione che val bene un giro in via San Tomaso.

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