La voce dell’Alan Parsons Project
è diventato un abituè di Bergamo

Vuoi vedere che Lenny Zakatek finirà col trasferirsi a Bergamo? Magari sul Lago d’Iseo come Morris Albert, quello di Feelings, che ogni due per tre è a Predore dove va a trovare la figlia. «Confesso che l’idea non mi dispiacerebbe – dichiara il cantante – ma prima devo darmi da fare per mettere assieme un bel gruzzolo. Poi chiederò al mio amico Massimo Numa di portarmi a vedere i dintorni della vostra città. L’idea di una casa al lago… beh, davvero sarebbe fantastico, anche perché ormai sento Bergamo come una seconda casa». Lenny Zakatek è un signore elegante e dai modi raffinati di 71 anni, due figli che fanno il mestiere di papà, pelato, simpatico, una lunga storia da raccontare. È stato il cantante di Alan Parsons Project forse nel periodo migliore di questo gruppo messo assieme da uno dei più talentuosi tecnici del suono della storia: Beatles, Pink Floyd, Al Stewart, John Miles. Dalle nostre parti c’è già stato. Si è esibito con la Skeye band al Lazzaretto il ventun giugno scorso. Sul palco il vulcanico chitarrista bergamasco, produttore e ideatore di gruppi tributo Massimo Numa, i 37 strumentisti della Gavazzeni Symphony Orchestra diretta dal maestro Brena e i dodici vocalisti dell’Opera Choir. E, come aveva promesso, lo rivedremo giovedì primo novembre, con la medesima formazione al Palacreberg. «Quando ho cantato a Bergamo l’estate scorsa – puntualizza Lenny – mi sono sentito come quando ho debuttato sul palco a 4 anni. Poi, andando avanti con il concerto, ho idealmente rivisto il percorso della mia carriera artistica. È stata un’esperienza notevole per me, perché a un certo punto mi sono chiesto: qui mi sento come fossi a Londra. Una sensazione dettata dal valore dei musicisti con i quali abbiamo provato per due settimane con rigore e applicazione. Dalla capacità dei tecnici di dare il suono migliore alla musica, dalla simpatia e dalla capacità di trasmettere entusiasmo e coinvolgimento di Massimo. E soprattutto dal calore del pubblico. Massimo mi aveva parlato della competenza della gente di qua. Ma non credevo fosse così “up to date” sulle musiche di Alan Parsons».

Il progetto degli Skyeye è nato qualche anno fa proprio in Italia quando Lenny ha incontrato Massimo Numa a Torino durante un Alan Parsons Day. «Difficile poter resistere a uno come Massimo – continua il cantante -. Quando mi ha parlato di che cosa aveva in mente, in un primo momento, ho pensato: questo è matto. Poi, vedendo che la cosa andava avanti, ho incominciato a crederci sempre di più. Ora il progetto è avviato e ha prospettive molto incoraggianti a livello internazionale. Per me è anche un modo intenso e sincero di rendere omaggio a un mio grande amico, il co-autore di Alan Parsons, Eric Woolfson, che qualche anno fa ha perso la sua battaglia contro un brutto male…». Tutte le volte che ricorda Woolfson, Lenny si emoziona sino a commuoversi, come è accaduto anche nella sua prima uscita bergamasca. »Vede – continua l’artista nato a Karachi, nell’India britannica – ero molto amico di Eric con cui condividevo il concetto stesso di fare musica. Per me cantare è una missione in cui convivono corpo e anima ed Eric la pensava esattamente come me. La sua mancanza è molto forte per me. Ma il suo ricordo è anche uno dei motori che manda avanti la mia voglia di continuare a cantare». E, è il caso di dirlo, gli riesce molto bene.

Gran voce. Le note biografiche lo definiscono «uno dei pilastri della voce moderna», il suo nomignolo è Voice, appunto, lo stesso che portava Frank Sinatra. «Già. Lungi da me il confronto. Comunque nel mio ultimo cd pubblicato due anni fa, e intitolato Love Letters, ho voluto ricantare grandi canzoni d’amore. Non ho avuto nessun passaggio radiofonico, i disc jockey non mi boicottano per partito preso, si giustificano dicendomi: bello questo disco ma non è radiofonico… Così preferiscono passare pezzi come I Wouldn’t Want to Be Like You o Games People Play… Sono i tempi di oggi e non provo molto rammarico. Ovunque vado trovo gente che mi dice di aver molto apprezzato questo disco. Gli unici che mi hanno criticato sono stati i musicisti che lo hanno suonato con me. Delle volte mi dicevano: Lenny, questo pezzo come pensi che possa funzionare? Sa che cosa mi procura un certo dispiacere? In tutti questi mesi in cui ho riportato in giro per il mondo i successi di Alan Parsons non ho mai ricevuto una telefonata, un grazie, da lui. Eppure sto promuovendo la sua musica». …

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