L’ancona «più bella e magnifica»
Cose da sapere per apprezzarla

Per vederla:
Museo Bernareggi. Fino al 15 marzo 2015. Ingresso Gratuito.
Orari di apertura: Martedì – Domenica dalle ore 15.00 -18.00.

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Fra Galgario, Moroni, Lotto, Palma il Vecchio…Se riconoscete i grandi della produzione artistica bergamasca, allora dovreste appuntarvi anche il nome di Jacopino Scipioni che, se pure non raggiunse le medesime vette qualitative, è comunque da ricordare come un protagonista attivo tra Quattrocento e Cinquecento, non solo nell’ambito della produzione pittorica ma, come vedremo, anche di quella scultorea. Perché come sempre accade, la storia non è fatta solo di uomini (e donne) celebri e famosi, ma anche di figure che, se pure oggi scolorite dal tempo, ebbero in realtà grande successo in ambito locale.

È proprio intorno a questo personaggio che si gioca l’ipotesi attributiva di un’ancona lignea, gustosissimo manufatto rinascimentale presentato in una piccola mostra al museo Bernareggi (aperta fino al 15 marzo). L’occasione deriva da un recente restauro e dalle ricerche che ne sono seguite, che hanno consentito di studiarne più a fondo la storia, la provenienza e, soprattutto, l’iconografia.

Dove si trovava. L’ancona proviene dalla cappella dell’Immacolata Concezione della chiesa di San Francesco a Bergamo, di cui rimangono oggi poche tracce presso l’omonimo ex monastero. Era collocata sull’altare di uno dei due ambienti di cui era composta la cappella, forse incassata in un complesso monumentale (in marmo), a cui dovevano essere fissati i cristalli di protezione (descritti dalle fonti). Dopo le soppressioni degli enti ecclesiastici a cavallo tra Settecento e Ottocento, ha subito diversi passaggi di proprietà e cambi di collocazione, fino a quando è approdata nella chiesa di Sant’Agata nel Carmine.

L’importanza del contenuto teologico. Per ragioni storiche e stilistiche la commissione dovrebbe collocarsi nel primo decennio del Cinquecento, forse dietro l’impulso di Francesco Sansone, Ministro generale dell’Ordine francescano (morto nel 1499), che trionfò nella disputa sull’Immacolata Concezione che si svolse dinnanzi a papa Sisto IV nel 1477. Ed è proprio quello dell’iconografia l’argomento più interessante da analizzare. Secondo l’ipotesi sostenuta da Laura Paola Gnaccolini, l’ancona raffigura la celebrazione di Maria Immacolata in un momento storico precoce, durante il quale era ancora vivo il dibattito tra i francescani, che sostenevano che Maria fosse stata concepita senza peccato originale, e i domenicani, secondo i quali la santificazione era invece avvenuta nel grembo materno. La questione fu al centro di secolari discussioni per essere risolta solo nel 1854, con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte di Pio IX.

Cosa c’è raffigurato. Nella nostra ancona, Maria è raffigurata all’interno di una cornice solare raggiata, rappresentazione della Trinità, con il bambino all’altezza del ventre, attorniata da sei santi che reggono libri e cartigli celebranti, appunto, questa verità di fede. La predella, la fascia orizzontale che decora la base inferiore del manufatto, presenta una vivacissima serie di sei fraticelli, collocati ai lati di quel papa Sisto cui abbiamo già accennato. Si tratta di teologi importanti, le cui opere sono state tappe fondamentali nel percorso di definizione del dogma e, non a caso, i loro mezzi busti spuntano dallo sfondo dorato sorreggendo tra le mani pile di libri e pergamene.

La struttura della pala, dotata di una cornice dorata con archi e pinnacoli di gusto tardogotico, trova confronti nelle ancone lignee veneziane di metà XV secolo, sebbene vengano introdotti alcuni innovativi elementi rinascimentali (come le due foglie a forma di acanto ai lati della Vergine). Il gusto popolare, tipico di certa produzione locale, si stempera nella brillante e luminosa cromia, caratterizzata dall’abbondanza di lamina d’oro e di azzurrite, ma anche di varie tonalità di rosso e di verderame; l’artista, forse proprio perché più uso alla pittura che alla scultura, ha realizzato alcuni dettagli fisionomici con piccole pennellate (le manine degli angioletti, le barbe, le rughe intorno agli occhi) e la sua forza sta proprio nella naturalezza di espressione con cui riesce a rappresentare i personaggi sacri.

L’opera è un unicum nel panorama bergamasco, in quanto la maggior parte delle ancone intagliate sono andate perdute: motivo in più per andare a visitare una preziosa rarità recuperata grazie a un attento restauro.

L’autore, Jacopino Scipioni. L’ancona ha alcuni punti in comune con un’altra raffigurante la Gloria di San Bernardino e Santi, conservata sempre presso il Museo Adriano Bernareggi: non solo entrambe provengono dalla chiesa di San Francesco a Bergamo, ma pare siano state realizzate nella medesima bottega, in quanto presentano una tecnica simile che porta a pensarle realizzate più da un plasticatore che da un intagliatore (quindi più dedito a “mettere”, ossia ad aggiungere parti, piuttosto che a “levare”). Ed è proprio questo dettaglio tecnico che ha indotto a orientarsi verso un’attribuzione a Jacopino de’ Scipioni d’Averara, personalità affermata a Bergamo tra il 1492 e il 1532.

Rinomato soprattutto per i suoli cicli di affreschi (il più noto è quello con le Storie di San Francesco per la Cappella Cassotti nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, acquistato dalla provincia di Bergamo ed esposto al pubblico nel corso del 2008), un’autorevole fonte cinquecentesca documenta che abbia completato la decorazione in terracotta di una cappella privata in San Alessandro in Colonna. Espressione di una cultura pienamente quattrocentesca d’influenza milanese (da Foppa a Bergognone e Zenale), prima dell’avvento di Lorenzo Lotto, Jacopino era particolarmente apprezzato dalle classi borghesi, per le quali portò a termine importanti commissioni.