Se la Dea suona la sua sinfonia

Ma perché questa sera che la squadra ne ha estremo bisogno, tutta la Curva tace? Perché proprio adesso che affrontiamo la partita della storia, l’ultima possibilità per restare nel massimo campionato del mondo, ovvero nella Champions League, gli ultras se ne stanno muti? Non ci credo, non ci posso credere. Potrebbe esserci anche il più grave motivo del mondo, ma non si può tacere adesso. Non si deve. Ma eccoci qui, nel Meazza silenzioso, siamo qui, per la terza volta, nello stadio di San Siro che ci ospita, in questa che non è la Scala del calcio, è la cattedrale del calcio; eccoci in questa meraviglia di stadio, ciclopico e coerente, con le sue torri e i tre anelli, meraviglioso come una basilica medievale, come il Colosseo. Desta stupore. Ma davvero vogliono abbatterlo? Sarebbe come demolire il Duomo o la stazione Centrale di Milano. Questo è il grande monumento del cemento armato, è la cattedrale degli anni del secondo Dopoguerra, simbolo di un’Italia. Buttarlo giù sarebbe un delitto, uno scempio. Siamo qui, e come sempre l’ammirazione mi prende per un momento. L’architettura, le forme, la grandezza.

Poi c’è la partita. Tutti sappiamo che questo è un momento storico, come storico è questo luogo. Ogni tifoso lo sa, ogni giocatore. Ed è evidente a tutti, è chiaro subito, appena l’arbitro fischia l’inizio, che stavolta l’Atalanta c’è, ed è la migliore Atalanta. Pim, pum, pam, subito due occasioni da rete in pochi minuti. Hateboer sbaglia, Pasalic liscia, si diffonde il timore che la porta della Dinamo sia stregata. Ma l’Atalanta non dà respiro agli avversari e l’Atalanta di Zagabria è solo un (imbarazzante) ricordo, quella di oggi è la vera squadra bergamasca e Papu Gomez è il suo mirabolante capitano, è il vessillifero, il motore pulsante di ogni azione, sta a sinistra, va al centro, si sposta a destra, dribbla, pennella passaggi, traversoni, illumina ogni fase del gioco. È semplicemente il fuoriclasse che lui davvero è. E allora noi tifosi stiamo in tribuna con il cuore che ci batte forte a ogni azione, con la paura dei troppi gol sprecati e della possibile condanna successiva, disorientati dal silenzio degli ultras e allora tutto ci sembra così reale eppure impossibile. Ma non ci stiamo a questa protesta e allora i cori ogni tanto partono lo stesso, si alzano spontanei e volano tra gli anelli e le torri e sono belli e si oppongono allo strapotere del tifo potente e monotono dei croati, scandito dall’insistente tambureggiare delle voci, unite in un coro profondo e monocorde, che non esprime fantasia ma soltanto una volontà grigia.

Noi cantiamo, loro rumoreggiano in coro.

Il nostro è il canto dell’Atalanta, percorso dalle melodie di Gomez e Muriel, che questa sera è in stato di grazia, corre, conquista palloni, si insinua minaccioso nelle linee avversarie, cerca la porta. Le armonie laterali di Gosens e Hateboer, che è tornato il cavallone affidabile che conosciamo. I ritmi di Pasalic e Freuler e de Roon. Gli ultras stanno muti, gli altri tifosi prendono coraggio e intonano un motivo. E l’Atalanta canta. La traversa di Gosens, il fallo su Muriel, il rigore. Dopo l’esultanza scende il gelo, il ricordo dei troppi rigori sbagliati (anche sui falli laterali, detto per inciso, non siamo fortissimi, fateci caso) abita la memoria di tutti. Ma c’è Muriel e lui è un cecchino vero. Accomoda la palla sul dischetto, prende la rincorsa, l’arbitro va a parlottare con Livakovic. Ecco, ora Muriel parte, lentamente, colpisce… si vede subito: la palla va a destra, il portiere a sinistra. Il tiro non è potente, ma si insacca.

E qui comincia il bello, perché l’Atalanta non si accontenta. Meno male.

Il resto è cronaca nota. Il gol delle meraviglie firmato dal Papu, l’ingresso di Ilicic, l’Atalanta che straripa, la Dinamo annichilita. La porta della Champions è ancora aperta. L’abbiamo socchiusa a partire dal 42′ del 6 novembre scorso, quando l’Atalanta ha deciso di alzare finalmente la testa, di essere se stessa e di affrontare i campioni del Manchester City fino a fermarli, con il serio rischio di andare a batterli. Con la Dinamo abbiamo visto la stessa squadra trasformata in quel 42′ del primo tempo di quella sera. E speriamo che sia così anche a Kharkiv, perché allora possiamo davvero crederci nella qualificazione. A ben vedere, basta che l’Atalanta canti e che sia consapevole di avere una bellissima voce. Come quella dei suoi tifosi e dei suoi ultras, che non dovranno mai più auto-condannarsi al silenzio. Per qualsiasi ragione al mondo.

L’Atalanta siamo noi.

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