Le storie di Virginia e di Lucrezia
raccontate dal Botticelli alla Carrara

All’Accademia Carrara un’altra storia o meglio due storie che raccontano di Lucrezia e di Virginia Romana. Eseguite da Sandro Filipepi detto Botticelli su due tavole sorelle, immaginate per un unico luogo, non un cassone destinato alla camera nuziale di Giovanni Vespucci, ma due “spalliere”, cioè opere dipinte per arricchire le pareti di una camera, poste all’altezza delle spalle (la predilezione di una visione dal basso fa infatti pensare al rivestimento di una sala). Va poi sottolineato che di recente è stata proposta una nuova lettura interpretativa, focalizzata sulla connotazione anti-tirannica del soggetto, che andrebbe dunque inteso in chiave anti-medicea cosa che porterebbe a escludere la committenza Vespucci sostenitore della linea dei Medici. Botticelli celebra qui le virtù della castità e della rettitudine civica, ma sono storie articolate perché raccontano non solo il sacrificio e il suo svolgersi, ma anche il riscatto: per Virginia la reazione dei commilitoni, guidati dal padre, contro l’ingiustizia del potere; per Lucrezia la rivolta contro il mal governo di Roma. Le due narrazioni oltre a rappresentare esempi di virtù, nel loro alludere alla rivolta contro il sopruso, rivestono dunque un significato politico che rimanda alle aspre lotte di potere a Firenze allo scadere del Quattrocento.

 

[Botticelli, storie di Lucrezia]

 

Le due opere si riuniscono. Grazie alla collaborazione con l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, si riuniscono le due opere, separate geograficamente e storicamente da molto tempo, certamente già dall’Ottocento: entrambi i pannelli erano infatti presenti a Firenze, forse in Casa Vespucci, nel primo decennio del ’500, e poco si sa delle vicende successive, ma certamente quello ritraente le Storie di Virginia fu acquistato nel 1871 da Giovanni Morelli e successivamente, grazie al lascito del 1891, esposto nell’Accademia Carrara di Bergamo. La Storia di Lucrezia viene invece acquistata nel 1894 da Isabella Stewart Gardner dal conte Ashburnham, grazie alla mediazione di Bernard Berenson.

Le storie di Virginia e Lucrezia. La Storia di Virginia Romana è tratta dal libro di Livio Ab urbe condita e ha per tema l’onore violato e la fedeltà coniugale: nel 450 a.C. Appio Claudio, decemviro, cercò di appropriarsi di Virginia, figlia del centurione Virginio, che era impegnato in una campagna con l’esercito romano. Attraverso un sotterfugio, Appio Claudio riuscì a rendere sua schiava Virginia; saputa la notizia, Virginio tornò rapidamente in patria e cercò di sistemare la situazione nel foro, davanti a tutto il popolo. Il coraggioso tentativo da parte di Virginio non ebbe successo, e così il soldato, per vendicare il disonore, uccise sua figlia. Davanti a questo evento, il popolo insorse ed eliminò i decemviri. Botticelli, in questa tavola, riassume i punti importanti della storia narrata da Livio. La Storia di Lucrezia è tratta invece da Livio e da Valerio Massimo: si narra la leggenda di Lucrezia, moglie di Collatino, che dopo essere stata violentata da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, si uccise, innescando così l’irreversibile rivolta che portò alla soppressione della monarchia romana. In un unico spazio si addensano tre momenti distinti della tragedia: a sinistra, viene ritrattata la violenza perpetrata da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo ai danni della donna; sul lato opposto l’atto del suicidio di Lucrezia; al centro, Bruto espone il cadavere della vittima fomentando l’insurrezione contro il potere.

L’eleganza delle inquadrature. Da sottolineare l’eleganza delle inquadrature architettoniche, il gusto sublime delle memorie classiche, la concitazione e i momenti di sentita drammaticità. Botticelli in queste ultime allegorie profane (si tratta di opere del Botticelli maturo, databili al 1505) sembra recuperare, con rinnovato vigore, il gusto dello schema architettonico di grande impegno e lo studio della disposizione compositiva dei personaggi, ma attinge chiaramente anche alla propria cultura nutrita di esempi classici e ricca di riferimenti figurativi sia alla statuaria antica che alla cultura nordica. In ciascun episodio non mancano poi dettagli iconografici tratti dalle Sacre Scritture o da miti romani: nel pannello dedicato a Lucrezia, ad esempio, i fregi dei portali marmorei rappresentati alle due estremità illustrano rispettivamente le storie di Giuditta, simbolo della salvezza civile, e di Orazio Coclide, personaggio leggendario che difese strenuamente Roma dall’insediamento etrusco. Infine, nella scena centrale, si staglia una colonna classicheggiante alla cui sommità è posta la statua del David, mentre la decorazione dell’arco trionfale è dedicata alle gesta di Muzio Scevola.

 

[Botticelli, Cristo redentore]

 

Gli altri due Botticelli. L’eccezionale ricongiungimento (in mostra a Bergamo fino al 28 gennaio) ha orientato l’Accademia Carrara alla valorizzazione anche degli altri due dipinti di Botticelli sempre a Bergamo: il Ritratto di Giuliano de’ Medici (1478-1480 circa) e il Vir dolorum (1495-1500 circa), entrambi entrati in museo grazie alla donazione di Giovanni Morelli. Concludono l’esposizione un busto in marmo che raffigura sempre Giuliano de’ Medici in prestito dal Museo del Bargello di Firenze e un testo di Paolo Giovio, Elogia virorum bellica virtute illustrium (Basilea 1575), corredato dall’incisione con il giovane erede della famiglia Medici trafitto da un pugnale per ricordare i fatti di sangue della Congiura dei Pazzi che videro la sua morte. Da ultimo, il Vir dolorum della Carrara, già in coppia con una Mater Dolorosa, oggi non rintracciabile ma nota attraverso un’immagine del 1913, sarà accostato al Crocifisso (1496-1498 circa) del Museo dell’Opera del Duomo di Prato. Una mostra preziosa, dunque, un’occasione di confronto, emozione, studio, capace di raccontare un artista, un’epoca e una città, Firenze, ma soprattutto i drammi delle due protagoniste, squisitamente intimi, eletti a paradigmi universali, emblemi di un pericolo più vasto, tale da ledere la salute di interi popoli.

Articolo pubblicato sul BergamoPost cartaceo del 12 ottobre 2018

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