L’ingegnere bergamasco dei trattori
che fotografa l’anima dell’India

L’uomo che sussurrava ai trattori. Che già è una contraddizione in sé. Sussurrare è un verbo dolce, delicato, appartenente a un universo semantico che potremmo associare alla leggerezza. E poi trattori, una delle macchine create dall’uomo più massicce e potenti – quasi -, in grado di sottomettere la forza della natura. Insomma, che ben poco ci azzecca con la leggerezza di cui sopra. Ed è proprio da questo titolo ossimorico che partirei per parlare di Marcello, la cui storia familiare e lavorativa ha portato a un risultato quantomeno contraddittorio. Almeno, così appare a un occhio estraneo.

Una famiglia di sani principi. Nato alla fine dell’estate del 1961 a Bergamo, Marcello Personeni cresce in una famiglia di «sani principi», come si diceva una volta e come direbbe anche lui. Il padre Luigi, ingegnere, è un uomo riservato e freddo con il mondo esterno, totalmente votato al suo lavoro e ai suoi figli. La mamma Graziella è una donna tostissima e generosa, che quei figli li educa e li cresce nel rispetto delle regole e dei valori familiari. Mentre il padre lavora, spesso fuori città, la vita dei quattro ragazzi è scandita da ritmi precisi, dentro i quali si inseriscono perfettamente: studio, sport, chiesa. Tutti e quattro sono bravi a scuola, si impegnano nello sport (rigorosamente: sci in inverno, calcio il resto dell’anno), sono rispettosi degli insegnamenti che ricevono a casa. Insomma, il ritratto di una famiglia bergamasca doc. Come il padre Luigi, Marcello frequenta il liceo scientifico Lussana, per poi iscriversi alla facoltà di Ingegneria.

Il lavoro alla Same Deutz. Arrivati a questo punto, forse vi starete chiedendo dove stanno tutte queste contraddizioni. Ora ci arriviamo. Quella tracciata finora era una sorta di linea di base. Le radici dell’albero. Perché da queste radici, da questo background, da queste fondamenta si è portati a pensare che possa formarsi un solo tipo di uomo. In realtà, è così solo per alcuni aspetti. Uno su tutti è l’azienda per cui Marcello lavora ormai da diversi anni, un orgoglio per tutti i bergamaschi: la Same Deutz Fahr, prestigiosa azienda trevigliese leader mondiale nella produzione e nella distribuzione di trattori. Ma per il resto, il profilo che voglio tracciare oggi non è (solo) quello di un ingegnere bergamasco, che al culmine della sua carriera lavora per un’azienda che fonda le sue radici nello stesso luogo e negli stessi valori in cui è cresciuto lui, ma quello di un uomo che pur con una formazione e un’estrazione così predefinite, è riuscito ad ampliare il suo sguardo e a ricavarsi degli spazi di creatività in una vita e in un lavoro in cui lo spazio per le sfumature è davvero poco.

La passione per la fotografia. Lo spirito creativo non è qualcosa che Marcello ha sviluppato negli ultimi anni. Come spesso accade, è negli anni della giovinezza che questo tipo di pulsione prende piede. E questa curiosità, questa necessità di esprimersi non poteva che incanalarsi in una delle arti che richiede più tecnica, metodo e dedizione: la fotografia. Da ragazzo, trascorre ogni minuto libero non dedicato allo studio o allo sport (una passione che, anch’essa, rimarrà per tutta la vita) nella camera oscura che si costruisce da solo, con gli strumenti che si paga con i primi lavoretti. La fotografia, da semplice hobby, diventa pian piano un’esigenza dello spirito, una spinta, un bisogno che necessita di spazi interiori sempre più ingombranti. E così la macchina fotografica diventa la sua inseparabile compagna, la costante che ritrae tutti i momenti della sua vita.

Lo sguardo e il motivo. Va bene, un ingegnere bergamasco che fa fotografie. E allora? A quante persone che non sono professionisti piace fare fotografie? E qui il primo punto: non si tratta solo di piacere, non si tratta solo di fotografare. Perché le foto al cane o alle proprie figlie le fanno in tantissimi. Per ricordare dei momenti importanti, per catturare delle emozioni. Le differenze sostanziali sono due: lo sguardo di chi scatta e l’intenzione, il motivo. La differenza è che in ogni momento l’occhio è vigile, ricettivo a qualsiasi soggetto che meriti di essere ritratto. Si tratta di fermare persone sconosciute per strada e chiedergli di posare, perché sono belle lì, in quel momento, con quella luce, in quel contesto. Si tratta di portarsi dieci chili di attrezzatura in spalla durante una gita in famiglia o con gli amici, perché non si può mai sapere quale spettacolo ci si troverà davanti agli occhi. Si tratta di aspettare anche per ore in attesa che una strada affollata si svuoti, o che il sole sfiori una superficie da una direzione che renderà quell’angolo insignificante, speciale. Significa prendere un aereo ogni fine settimana perché lavori in un posto isolato e senza poesia, per poter avere anche solo per un giorno e mezzo qualcosa di diverso davanti agli occhi. E tutto questo non è semplice, nel corso di una vita intera. Il cambiamento è sempre dietro l’angolo, le sfide e gli impegni quotidiani non sono sempre prevedibili, incasellabili in un’agenda.

La scoperta dell’India. E qui si inserisce il terzo tassello di questo puzzle umano. Lavorare per un’azienda con cui si condivide la missione e le origini è gratificante. Fare il lavoro che si sogna da una vita è gratificante. Ricoprire un ruolo importante ed essere circondato da persone che riconoscono il tuo valore è gratificante. Ma penseremmo la stessa cosa se, per ottenere tutte queste gratificazioni, dovessimo partire per un posto lontano dalla nostra casa e dai nostri affetti, da soli e senza avere una data di rientro? E se quel posto non solo fosse lontano, ma pure un Paese povero, con una cultura abissalmente diversa dalla nostra, da cui solitamente le persone emigrano? L’India è un Paese pieno di fascino, indubbiamente. Il punto è che questa fascinazione è costruita – la maggior parte delle volte – sulla base di immagini che ci sono arrivate da qualche film o articolo di giornale, da reportage o documentari. Immagini che abbiamo recepito passivamente e che abbiamo fatto nostre, pronte per essere associate alla parola “India” ogni volta che saltava fuori.

Non che queste immagini non siano veritiere, intendiamoci. L’India è davvero quei colori, quegli abiti, quei volti, quella folla senza fine. Ma quelle che vediamo sono sempre e comunque immagini, che ci restituiscono solo l’aspetto visivo di un momento. Non potremmo mai sapere l’odore che c’era quando quella donna con il sari rosa ha sorriso all’obiettivo, o il caldo soffocante in quel mercato colorato e pieno si spezie e di fiori, o se per fotografare quel bambino magari c’è stato bisogno di dargli dei soldi, o regalargli qualcosa da mangiare. Tutto quello che sta dietro e intorno a una fotografia, e che è la parte meno bella, meno poetica e soprattutto meno “comoda” fa parte della fotografia essa stessa. Come spesso accade nel mondo dell’arte – nel senso più ampio del termine -, il fruitore vede solamente il risultato finale, ma la maggior parte delle volte non si rende conto della fatica e del tempo che esso richiede. Non ci pensa. Per non aggiungere che, in questo caso, si sta parlando di un Paese che ha un tasso di analfabetismo tra i più elevati al mondo, e in cui spostarsi fisicamente da un luogo all’altro richiede anche dieci volte il tempo che richiederebbe in un Paese urbanizzato come il nostro.

Conoscere un popolo. Lo stabilimento della Same in India si trova a Ranipet, nello stato del Tamil Nadu. La grande città più vicina è Chennai (ex Madras), che dista un paio d’ore d’auto. Non proprio a due passi dal centro, diciamo. Ecco, se ora osserviamo sulla mappa dove Marcello lavora e vive, è decisamente più facile comprendere qual è e qual è stato per lui il ruolo della fotografia in questi anni. Pur trovandosi da straniero e completamente da solo in un luogo semi-sperduto della profonda campagna del sud-est indiano, non si è fatto schiacciare dalla solitudine, ma ha sfruttato quell’occasione per conoscere e osservare più in profondità il Paese che lo ospitava. È semplice fare fotografie quando si ha qualcuno lì vicino a cui farle vedere, quando basta prendere un taxi per arrivare dove vogliamo, tanto in un paio d’ore siamo a casa per l’ora di cena. È qui che c’è lo scarto tra il semplice piacere e una tensione più profonda che diventa necessità: la macchina fotografica lo ha portato a conoscere storie e incontrare persone, a familiarizzare con rituali e abitudini che se non ci fosse stato quell’obiettivo a spingerlo, probabilmente avrebbe vissuto in India senza mai guardarla davvero. Sarebbe stato un migrante passivo, schiacciato dall’isolamento piuttosto che stimolato da esso. Tuttavia, per quanto possiamo realizzare le nostre ambizioni e fare il lavoro dei nostri sogni, siamo esseri umani e abbiamo bisogno di stare con chi amiamo. Alla lunga la solitudine consuma chiunque, che lo vogliamo o meno. Credo che attraverso l’obiettivo Marcello abbia trovato un antidoto, o per lo meno un rimedio, al dato reale di essere lontano da tutto e da tutti. Distante 7.396,47 chilometri da suoi cari e dalla sua Bergamo, si è avvicinato alle storie e alle vite degli altri, ha imparato a conoscere un popolo, così distante da noi ma che l’ha accolto e gli ha mostrato le sue meraviglie, la sua tragicità, la ricchezza della sua storia.

Io mi chiamo Giulia. Io mi chiamo Giulia, e sono sua figlia. Nello scrivere questo articolo su mio padre (finalmente posso smetterla di chiamarlo Marcello), mi sono spesso chiesta se non fossi entrata troppo nell’intimità della sua figura senza volerlo. Ma poi ho pensato che questa è una cosa che abbiamo in comune, io e lui: lui con le immagini e io con le parole, tendiamo inevitabilmente a sfondare la superficie di quello che abbiamo davanti agli occhi. Lui non si accontenta di fare una foto a una donna, ma vuole capire chi è, affinché quella foto non sia solo una botta di fortuna ma una storia. E così io, nello scrivere questo articolo su di lui, non ho potuto fare a meno di andare oltre l’ingegnere, il bergamasco, l’emigrato, il fotografo, il papà. E ho raccontato l’uomo.

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