Che musica suonano, gli Otu?
Roba strana, roba bella. Al Goisis

Per quelli che «Bergamo è una città morta», dovrebbero fare un salto in città in ‘sti giorni: porte chiuse, saracinesche abbassate e un proliferare di cartelli “ci vediamo a fine agosto” che pare davvero che la crisi sia cosa lontana. Eppure, quando cala il sole e l’afa molla un po’ la presa (ogni tanto), angoli di Bergamo si popolano. Merito degli estivi, che con le loro programmazioni non mancano mai di offrire una buona alternativa al divano e alla tv. Tra questi, il Goisis si sta confermando uno dei più apprezzati, con la sua ottima cucina, buoni cocktail e una programmazione musicale interessante e mai invadente. Soprattutto il mercoledì, serata dedicata ai live. Questo 7 agosto, sul palco di Monterosso, ecco tornare gli Otu (ore 21.30), al secolo Francesco Crovetto (batteria, pad, campionatore) e Isaia Invernizzi (chitarra, omnichord, campionatore). Sono una band che definire moderna è riduttivo. Miscelando hip hop, chitarre e sonorità del passato sono riusciti a dare forma a un genere musicale diverso, tutto loro. Una sorta di firma in note, fatta da un sound cinematico e cadenzato sferzato da bassi che bussano allo stomaco. È difficile dare una definizione a questo tipo di musica. Cosa suonano, gli Otu? Cinematic hip hop, breakbeat, post rap, il tutto con orizzonti ambient, vestigia cinematografiche e armonie oscure. Questa è la definizione degli esperti. Ma la verità è che l’unico modo per capirli e, dunque, apprezzarli, è andare a sentirli. Intanto, noi abbiamo sentito loro (o meglio, Isaia).

 

 

Otu, cosa significa questo nome?

«Siamo andati subito alla ricerca di un acronimo breve e ci è piaciuto il suono di Otu. Il progetto è nato con molti rimandi al mondo hip hop e il disco richiama esplicitamente un clan (Clan, per l’appunto, è il loro primo album ed è uscito nel 2018, ndr). Quindi Otu per noi è un acronimo che sta per “One Tribe United”. È il nome della nostra crew immaginaria a cui appartengono i protagonisti delle nostre canzoni».

Da dove è nata l’idea di dare ai vostri pezzi questi echi cinematografici così caratterizzanti?

«I campioni vocali, che noi peschiamo dalle fonti più disparate, hanno due conseguenze sul nostro lavoro, che è principalmente strumentale: colpiscono subito l’attenzione dell’ascoltatore e soprattutto danno un colore ben preciso ai pezzi. L’idea è nata perché li utilizzavamo già in progetti precedenti e soprattutto perché siamo molto affascinati dal lavoro che sta dietro a una colonna sonora».

Come sono stati i scelti i “membri” del del vostro “clan”?

«È stato facile, perché sono tutte le persone o i personaggi che parlano attraverso i nostri pezzi. In realtà li abbiamo cooptati. Da Muhammad Ali a Jack Torrance: storia e finzione si incontrano nel mondo parallelo della nostra musica».

 

 

Avete in programma un nuovo disco o i vostri progetti sono altri?

«Si fanno ancora i dischi? Questa sarebbe una notizia, perché ci stiamo facendo due domande anche noi. Comunque sì, stiamo lavorando a pezzi nuovi. Anzi, proprio in questi giorni siamo al Monzoa Studio per registrare alcune parti. Usciranno prossimamente, anche se non abbiamo ancora una data. In realtà la fase compositiva non si è mai fermata. Francesco ha lavorato costantemente a idee e atmosfere nuove. Io ascolto, arrivo con le orecchie “fresche”, e cerco di rovesciarci sopra un secchio di colla armonica. Otu suona con due persone sul palco, conformazione che tra l’altro ci permette di fare date in lungo e in largo, ma siamo sempre stati aperti a collaborazioni e contaminazioni. È un progetto aperto».

Che ruolo ha, nelle vostre vite, l’attività musicale? Come la conciliate con le altre occupazioni?

«Per Francesco la musica è l’attività principale: si occupa di produzione ed è un insegnante di batteria. Io sono un giornalista (a L’Eco di Bergamo, ndr), quindi non è per nulla facile conciliare il lavoro con questa passione. Si fanno i salti mortali, ma ne vale la pena».

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