Pasolini e il suo Gesù
il migliore nella storia del cinema

Era il 4 settembre 1964 e Pier Paolo Pasolini presentava a Venezia, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Il Vangelo secondo Matteo. Sono trascorsi cinquant’anni, da allora, ed è tanta l’acqua che è passata sotto i ponti. Oggi, la pellicola, che dal 2005 giaceva nell’archivio della Filmoteca Vaticana, è stata digitalizzata di nuovo e ci sono mostre che ricordano l’anniversario della sua presentazione: a Roma, a Matera, nel 2015 a Berlino.

Ma la vera notizia è che L’Osservatore Romano, attraverso Emilio Ranzato, riconosce che quella di Pasolini è «probabilmente la migliore opera su Gesù nella storia del cinema». Sono parole che hanno il loro peso e che prolungano la serie di critiche positive espresse dagli ambienti cristiani. «Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini rimane un capolavoro e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato; sicuramente, quello in cui la sua parola risuona più fluida, aerea e insieme stentorea (potente, ndr), scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano». Giovanni Maria Vian, della Stampa, legge nelle parole dell’Osservatore Romano «un segno della Chiesa della misericordia di Francesco».

 

 

Pasolini era arrivato al cinema, per usare le sue stesse parole, dopo i quarant’anni, dunque all’inizio degli anni sessanta. Ciò che lo interessava era potersi esprimere utilizzando una tecnica nuova, diversa, con cui, lui – scrittore e poeta -, non aveva ancora fatto i conti. Gli permise di fare agire il mondo dei sottoproletari, delle borgate e delle periferie, quello a cui si sentiva più vicino, per la vitalità inespressa che vi ribolliva, per le potenzialità nascoste. Nel 1961 esce Accattone, l’anno seguente Mamma Roma, e a recitare da protagonista è Anna Magnani. Ne seguono molti altri, più o meno discussi, come La ricotta (1962-1963), episodio del film RoGoPaG, sequestrato e condannato per vilipendio della religione cristiana, I Comizi d’amore (1963), film-inchiesta sulla sessualità, Edipo Re (1967) e Medea (1969), impersonata da Maria Callas.

Il Vangelo secondo Matteo, girato tra La ricotta e Teorema, nasce per un’«illuminazione razionale», definizione che viene spiegata con espressioni come “esperienza religiosa”, forse impoverendola del suo timido misticismo. Pasolini era ad Assisi e il papa Giovanni XXIII, quello del Concilio Vaticano II, stava venendo in visita. Pasolini, però, non gli si fece incontro, decisione che poi ricevette i suoi aspri rimproveri, ma rimase nella sua stanza, al Pro civitate christiana, la struttura presso cui aveva trovato alloggio. Ogni camera era dotata di una copia dei Vangeli, custodita nel cassetto del comodino. Non avendo nessun altro libro con sé, Pasolini si mise a leggere, senza interruzioni, il Vangelo di Matteo. Ecco l’illuminazione. Tornato a Roma, si mise subito a lavorare al progetto e ne parlò con il produttore Alfredo Bini. Una volta stesa la sceneggiatura, scelse i luoghi dove girare, i paesaggi arcaici e aspri della Puglia, della Calabria, e di Matera. «Il sole ferocemente antico di Matera», dove il tempo si era un po’ fermato, radicato in un’umanità restia a entrare nel mondo del dopoguerra, diventa così il sole di Gerusalemme. Gesù era un ragazzo di diciannove anni, sindacalista, venuto in Italia per raccogliere sostegni contro il regime franchista. Uno che era capitato lì quasi per caso, e che per caso è diventato Gesù. La Madonna ha le fattezze della madre di Pasolini, i popolani sono popolani anche nella vita senza cinepresa. Il cinema secondo Pasolini, insomma. Che aveva scelto il Vangelo di Matteo, quello che più mette in luce l’umanità di Gesù, il suo anticonformismo rivoluzionario, «perché mi sembra un’idea un po’ strana della Rivoluzione questa, per cui la Rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica».