Perché Baschenis dipingeva liuti
(La mostra per i 400 anni meno uno)

Dal 6 al 27 maggio la Fondazione Credito Bergamasco esporrà a Palazzo Creberg, in largo Porta Nuova, alcune delle opere più significative del grande pittore bergamasco Evaristo Baschenis, uno dei protagonisti del panorama pittorico del Seicento. Le opere provengono da importanti collezioni private. La mostra si intitola: “Baschenis, ritorno a Palazzo”.

 

L’ultimo fu il più grande. Si potrebbe sintetizzare così la storia dei Baschenis, straordinaria dinastia di pittori bergamaschi, che lasciarono il loro segno sui muri di decine di chiese in Lombardia e Trentino. L’ultimo fu appunto Evaristo, nato nel 1617 a Bergamo, rampollo di una famiglia che aveva sempre avuto ad Averara il proprio quartier generale. Evaristo, va detto subito, non è pittore da muri. A differenza di chi lo aveva preceduto si sente subito di un’altra categoria: basta faticosi cantieri da girovago, passando di valle in valle, ma un prestigioso atelier in città con tanti collezionisti in fila per accaparrarsi quegli strani e affascinanti soggetti su cui Baschenis ha costruito al sua fortuna. Infatti è stato lui l’inventore delle nature morte con soggetti musicali. L’interesse per gli strumenti musicali è dovuto al fatto che Evaristo Baschenis fu anche un apprezzato musicista dell’epoca, come dimostra fra l’altro il suo autoritratto nel Trittico Agliardi: lo si vede alla spinetta, accompagnato da Ottavio Agliardi, che invece suonava l’arciliuto (le tre tele sono ancora conservate a Casa Agliardi, in via Pignolo, a Bergamo). Del resto la pratica musicale, associata alla poesia, alla letteratura e allo studio della storia, era pratica assai diffusa a quel tempo nelle famiglie nobili bergamasche.

 

Evaristo_Baschenis_-_Agliardi_Triptych_(left)_-_WGA1401

 

Con un anno di anticipo sul centenario, la Fondazione Creberg propone una mostra preziosa dedicata a questo che è stato il più importante e conosciuto artista bergamasco del 600: venne consacrato all’attenzione internazionale da una mostra al Metropolitan di New York nel 1997. Ma Baschenis è anche artista molto apprezzato e desiderato dal mercato, per la finezza delle sue opere e per l’esclusività dei suoi soggetti. Erano talmente contese queste sue opere, che lui stesso accettò di realizzarne delle repliche; mentre in molti tentarono di imitarlo.

Ma perché le nature morte musicali? Dobbiamo ricordarci che quella era l’epoca di Nicola Amati, del Guarneri e dello Stradivari, cioè dei più  grandi liutai della storia. Baschenis comprese il valore estetico di quegli strumenti nati dall’intuito geniale di quegli inventori; li rappresentò in composizioni dall’impianto rigorosamente prospettico, accostandoli variamente fra loro e fissandoli nelle loro forme e nelle loro tonalità con un senso di verità e di abilità tecnica eccezionali, movendo su di essi giochi di riflessi, morbidezze di ombre, delicate policromie di finezze incomparabili. Spesso Baschenis disponeva gli strumenti con soluzioni preziose, con tappeti e drappi di grande eleganza.

Certamente la soluzione che più colpisce guardando le sue opere è l’idea di lasciare spesso un velo di polvere sugli strumenti che dipingeva. In questo modo crea una specie di inganno ottico, che quasi ci tenta a mettere un dito per togliere quella polvere. Un’idea che sembra un po’ in contraddizione rispetto alla passione che lo legava a quegli strumenti e al fatto che li usasse in quanto lui stesso musicista. Ma in questo sta la grandezza di Baschenis: gli strumenti lasciati muti alla fine di un concerto, il silenzio che avvolge le sue composizione, la polvere stessa lasciata dal tempo, evocano la precarietà e la brevità della vita.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.