L’ultimo giorno del Sarto a Bergamo
(Se non lo restituissimo a Londra?)

Nello scorso weekend si sono messi in fila in seimila per omaggiarlo. O forse anche per salutarlo, visto che il Sarto di Giambattista Moroni domenica 28 saluta la sua città per tornare nel suo dorato esilio londinese. Infatti il quadro è uno dei tesori della National Gallery di Londra, grazie al fiuto di sir Charles Lock Eastlake che 150 anni fa era stato inviato in Italia per mettere insieme il tesoro di un nuovo museo londinese, la Royal Academy. Tra i grandi maestri che secondo lui erano necessari per una collezione degna di rispetto, Moroni non poteva mancare. Per cui comperò una serie di opere dell’artista bergamasco, che oggi costituiscono uno dei gioielli della National Gallery, dove poi le acquisizioni di Eastlake vennero trasferite. Oggi il sarto è esposto fisso nella Sala 12 del grande museo londinese: una posizione strategica, trattandosi della prima sala che si incontra entrando dalla Central Hall a sinistra. Insomma per gli inglesi è considerato un capolavoro irrinunciabile.

 

 

Ma a quei seimila visitatori del weekend passato e a quelli, che saranno prevedibilmente ancor di più, che accoreranno in extremis, il prossimo sabato e domenica, un pensiero deve essere sicuramente trapelato: perché il Sarto non resta qui, che qui è casa sua? Perché non tenercelo? Più che una tentazione è un sogno. Ma cosa impedisce di sognare. In fondo anche la Grecia non ha smesso di sognare di riavere i marmi del Partenone che, in modi decisamente più corsari, nel 1811 Thomas Bruce, VII conte di Elgin, ottenne, con permesso degli occupanti ottomani, che governavano la Grecia, di portare sempre a Londra (ora sono al British Museum).

Visto che sognare è lecito, proviamo a trovare qualche ragione a favore del “teniamoci il Sarto”. Punto primo: sapete quanti quadri del grande artista bergamasco sono nelle raccolte del grande museo inglesi? Sicuramente se provate a dire un numero, lo direte per difetto. Sono ben 11, Sarto compreso. Gran parte procurati dalla perspicacia di sir Charles Lock Eastlake. E non mancano certo i capolavori, come ad esempio la Dama in rosso o il Cavaliere con elmo, due ritratti in piedi a grandezza naturale. Due capolavori. Insomma la National di Moroni ne ha più che a sufficienza: tolta la Carrara nessun altro museo al mondo può vantarne altrettanti. Se lasciasse il Sarto farebbe un gesto di amicizia. E forse anche un po’ riparatore…

Poi c‘è un secondo fattore che può giustificare la tentazione di dire: “perché non ce lo teniamo?”. Il sarto, che sarto non è ma un “tagliapanni”, cioè un mercante di stoffe e che potrebbe avere anche un’identità (si tratterebbe di un membro della famiglia Marinoni di Desenzano d’Albino, già titolare di una bottega di pittori, poi trasferitosi a Venezia per esercitare la mercatura della lana), è uno di noi. È un bergamasco fatto e finito, con quella sua aria concreta, così concreta da mettersi in posa mentre è al lavoro, così da non perdere neanche un minuto. È un bergamasco dalla psicologia sobria e con quel carattere palesemente sedentario. Sedentario non certo per pigrizia, ma perché convinto di essere al posto giusto, e in una città in cui non manca nulla di ciò che gli è necessario. Per questo ha anche quell’aria un po’ sfidante. Come dicesse: provate a portarmi via da qui che ve la faccio vedere io. Potesse parlare, sicuramente chiederebbe di restare a casa sua…

Quanto agli inglesi, se avessero una crisi di nostalgia, ci sono decine di aerei al giorno sulla rotta verso Bergamo. Scoprirebbero così in che magnifica città viveva il Sarto e perché gli dispiace tanto di lasciarla.

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