Perché quelli del Nobel dissero no
allo scrittore Jorge Luis Borges

«Dio non voglia che io vinca quel premio, perché diventerei parte di una lista; invece, il non essere premiato costituisce un vero e proprio mito scandinavo: l’autore che non è mai stato premiato. E io preferirei essere un mito». Con queste parole, ricordate da Maria Kodama, sua ex-alunna e seconda moglie, Jorge Luis Borges scongiurava altezzosamente, e ironicamente, l’eventualità che gli venisse conferito il Nobel per la letteratura. Il suo desiderio venne esaudito: il riconoscimento non gli sarebbe mai stato assegnato. Ma di certo non perché l’Accademia svedese volesse aiutarlo a diventare un «mito scandinavo». Juan Pablo Bertazza è un giovane poeta e giornalista argentino, conduttore del canale di news CN23. Ha recentemente pubblicato un libro, La dinamita furtiva, uscito in Cile e stampato per i tipi della Editorial Octubre. Il volume, che ricostruisce le polemiche sorte attorno al prestigioso premio, dedica un intero capitolo allo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986) e alle ragioni per cui non gli è mai stato assegnato il riconoscimento. Nessuna di queste concerne il valore letterario dell’opera dello scrittore.

Era il 1967, quando l’Accademia di Svezia incominciò a interessarsi di Borges. All’epoca erano già state composte alcune delle sue opere più interessanti. Storia universale dell’infamia, infatti, comparve sugli scaffali delle librerie nel 1935, Finzioni nel 1944 e l’Aleph nel 1949. Nel 1967, si diceva, gli elettori svedesi avevano preso in considerazione la possibilità di premiare Borges a pari merito con un altro scrittore, il guatemalteco Miguel Angel Asturias. Entrambi avevano dato un grande contributo al rinnovamento della letteratura latinoamericana. (E non solo: l’opera di Borges aveva esercitato una grande influenza anche in Europa: si pensi alla letteratura combinatoria, all’Oulipo (Ouvroir de Littérature Pontentielle), al nostro Italo Calvino). Nondimeno, la proposta venne respinta e il premio fu assegnato soltanto ad Asturias. Tre anni prima, nel 1964, si era verificato un episodio che forse incise sulla decisione presa dall’Accademia dei Nobel. Si era organizzata una cena a Stoccolma, a cui parteciparono autori svedesi e Borges. A un certo punto, Artur Lundkvist volle leggere ad alta voce una sua poesia. Lo scrittore argentino non riuscì a trattenersi e incominciò a criticarla con ironia e a prendere in giro il suo autore. L’imbarazzante siparietto non avrebbe avuto conseguenze, all’infuori della presumibile irritazione del sunnominato poeta, se costui, Lundkvist, non fosse stato anche uno degli elettori del premio Nobel. Non avrebbe dimenticato l’offesa.

 

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Altri, più gravi eventi, di natura politica e etica concorsero ad escludere la possibilità che a Borges venisse assegnato il Nobel. Il 19 maggio 1976 ricevette un invito a pranzo assieme ad altri due scrittori argentini, Ernesto Sabato e Horacio Esteban Ratti, presso il Palazzo del Governo. Il 29 marzo la presidenza di Isabelita Peron, a cui Borges si era sempre dichiarato contrario, era stata deposta da un golpe militare che aveva portato al potere il generale Jorge Rafael Videla. L’argomento principale fu la questione dei desaparecidos. Alla fine dell’incontro, Ernesto Sabato dichiarò alla stampa di ritenere Videla «un uomo colto, modesto e intelligente» e di essere rimasto colpito «dall’ampiezza della visione e dalla cultura del presidente», mentre Borges espresse il suo apprezzamento nei confronti del dittatore, dicendo di lui che era un gentiluomo.

Quattro mesi dopo, il 21 settembre, venne ucciso in un agguato, a Washington, l’ex ministro degli Esteri cileno Orlando Letelier. Probabilmente, l’assassinio era stato organizzato dalla DINA (Dirección de Inteligencia Nacional), la polizia segreta di Pinochet. Borges si recò a Santiago del Cile e a una cerimonia ufficiale tenutasi presso l’Università del Cile pronunciò un discorso di ispirazione machiavelliana. Sosteneva la necessità di uno Stato forte, in grado di prendere scelte anche violente, per potersi mantenere saldo. Aggiunse di preferire «la spada, la spada chiara alla dinamite illegale» e non lesinò gli elogi al dittatore: «Lui è una persona eccellente, per il suo calore e la sua gentilezza. Sono molto soddisfatto». Parole decisamente al di fuori del politicamente corretto, che destarono la pronta e indignata reazione degli accademici svedesi. Nel 1979 alcune dichiarazioni di Artur Lundkvist al quotidiano «Svenska Dagbladet» confermarono l’impossibilità di assegnare il premio Nobel a Borges.

Jorge Luis Borges si definiva un individualista: «Io sono individualista e, in quanto tale, sono stato antiperonista, come sono anticomunista, come sono antifascista». Orgoglioso dei suoi antenati militari, fu un sostenitore dei militari e gli ci volle del tempo, prima di voler vedere che cosa, realmente, fosse stato commesso durante la Guerra Sporca. Un anno prima di morire, nel luglio 1985, si recò al tribunale di Buenos Aires per ascoltare le testimonianze di chi aveva subito le repressioni dei comandanti della dittatura di Videla e che aveva deciso di parlare anche a nome delle trentamila persone scomparse.