Il capochinismo (guardare per terra)
di Silvio Orlando, in pigiama a teatro

“Si nota all’imbrunire” inizia con Silvio Orlando in pigiama e vestaglia da camera. Passeggia lentamente su una scena chiara, divisa da profili geometrici precisi, disegnata da Roberto Crea. Pensa ad alta voce, creando da subito una forte relazione col pubblico. Racconta di sé, dei suoi ultimi dieci anni passati in una casa isolata in campagna dove si è ritirato dopo la morte della moglie, contro il volere dei tre figli e di suo fratello. Che lo vedono spegnersi piano piano tra capochinismo (guardare sempre per terra), solitudine ed assenza di movimento.

 

 

«Mi resto io», dice con complicità al pubblico, «e non mi basto. Ma da soli, anche se è un po’ triste, non si soffre!». A questo si aggiunge anche la difficoltà di stare bene con gli altri, ora che si è dimenticato come si fa ad interagire con loro. In questo momento per esempio, la sua casa è stata “invasa” da consanguinei che non gli risultano famigliari ma alieni. Sono i tre figli ed il fratello, venuti a trovarlo per la commemorazione della moglie morta e per festeggiare il suo compleanno. Lo spettacolo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, rappresenta l’ultimo appuntamento con la stagione di prosa della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo al Teatro Sociale. Va in scena da giovedì 4 a sabato 6 aprile (ore 21).

 

 

«Silvio Orlando ha trovato nella figura del padre – racconta la Calamaro – un interprete al tempo insperato e meraviglioso e trova le sue radici in una piaga, una maledizione, una patologia specifica del nostro tempo la “solitudine sociale”. Silvio Orlando è un attore unico. Capace di scatenare per la sua resa assoluta al palco, le empatie di ogni spettatore, e con le sue corde squisitamente tragicomiche, di suscitare riquestionamenti, emozioni ed azioni nel suo pubblico».

Cosa succede. I figli Alice, Riccardo e Maria sono arrivati la sera prima. Il fratello maggiore Roberto anche. Un fine settimana nella casa di campagna di Silvio, all’inizio del villaggio spopolato dove vive da solo da tre anni. Silvio ha acquisito, nella solitudine, un buon numero di manie, la più grave di tutte: non vuole più camminare. Non si vuole alzare. Vuole stare e vivere seduto il più possibile. E da solo. Si tratta, per i figli che finora non se ne erano preoccupati troppo, di decidere che fare, come occuparsene, come smuoverlo da questa posizione intristente e radicale. Emergono qua e là empatie e distanze tra due generazioni di fratelli. Rese dei conti, mutua noia ma nonostante tutto fratellanza come si può, per quel che vale, in generale meno, abbastanza meno di quello che ognuno vorrebbe. Vengono per la messa dei dieci anni dalla morte della madre… C’è da commemorare, da dire, da concertare discorsi. Certo è che, preda del suo isolamento, nella testa di Silvio si installa una certa confusione tra desideri e realtà, senza nessuno che lo smentisca nel quotidiano, la vita può essere esattamente come uno decide che sia. Fino a un certo punto.

Stimolo per il pubblico. «Ci piace pensare che gli spettatori – dice Calamaro – grazie a un potenziale smottamento dell’animo dovuto speriamo a questo spettacolo, magari la sera stessa all’uscita, o magari l’indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia».

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