«Siamo sempre stati tutti profughi
Aleppo è come Troia, in fiamme»

Una lanterna che si accende e si spegne, sommessamente. Indica la strada, che è faro dell’anima. Ma non è sempre chiara. Ci sono due amanti segreti, Ero e Leandro, che vivono sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli, Asia da una parte ed Europa dall’altra. E poi c’è il mare che è speranza, via di fuga, morte. «Perché nell’animo uniti siamo dai flutti separati?». C’è sullo sfondo un muro di stracci bagnati di rosso, frammenti di storie, di strazi, di viaggi. Uno spettacolo forte, provocatorio, che parla di migrazione e dello smarrimento che porta anche in chi non migra, Human (ma la parola, nell’originale, è sbarrata, a negare quell’umanità data troppo spesso per scontata) di Marco Baliani e Lella Costa, che da martedì 10 a domenica 15 (ore 20.30; spettacolo di domenica 15 ore 15,30; replica straordinaria prevista per sabato 14 alle 15,30) è al Donizetti per la stagione di prosa.

Umano e non umano insieme, presenza e assenza. L’intenzione, si direbbe, è duplice: raccontare uno dei temi più difficili del nostro tempo, la migrazione di popoli, e farlo a partire dall’umano, profondo e fragile, sfaccettato e unico, e dal disumano, dal fallimento delle intenzioni e azioni dell’umanesimo nella sua forma più nobile. Non una drammaturgia univoca, non una semplice narrazione di teatro civile, ma una successione di quadri singoli, che raccontano il rapporto con lo straniero attraverso le possibilità presenti e passate della relazione con esso. In scena Baliani (anche regista), Lella Costa e quattro giovani attori (David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu) in un susseguirsi di scorci di umanità accompagnati dalle scenografie e dai costumi sanguigni di Antonio Marras. Le musiche composte da Paolo Fresu tracciano un filo rosso per l’intero spettacolo, guidano la successione delle scene, tessono gli interstizi dell’intero arazzo, aprono a improvvise visioni.

Human ha come prima fonte di ispirazione il mito. L’Eneide, in primo luogo, il poema di Virgilio che celebra la nascita dell’impero romano da un popolo di profughi: Baliani è partito dal mito per interrogarsi sul senso profondo del migrare. «Da sempre il teatro in particolare, ma un po’ tutti gli esseri umani – ci spiega il regista -, per capire il presente ha bisogno di rivolgersi al passato, sia prossimo che remoto, perché è lì che sta vibrante e vivo tutto ciò che sta accadendo nel nostro quotidiano. Partire dal mito è un modo per ricordarci che profughi siamo stati sempre tutti, che il nostro Mediterraneo è un meticciato continuo di popoli che si sono mescolati, fuggendo. Noi stessi siamo emigrati in 8 milioni ai primi del Novecento. Profughi erano Maria e Giuseppe, profugo era Enea che fuggiva da Troia in fiamme. È l’Aleppo di oggi, insomma». Lo spettacolo inizia con un altro mito, quello di Ero e Leandro, che abbiamo anticipato in apertura. Leandro, che viveva ad Abido, amava Ero, sacerdotessa di Afrodite a Sesto, sulla costa opposta, e attraversava lo stretto ellespontino a nuoto ogni sera per incontrare la sua amata. Ero, per aiutarlo ad orientarsi, accendeva una lucerna. Una notte una tempesta spense la lucerna e Leandro, disorientato, morì tra i flutti. «Quel grido di dolore – annota Baliani – nello spettacolo, teatralmente, rappresenta il grido di tutti i migranti che oggi muoiono in mare. E’ un momento di cortocircuito».

Lo spettacolo è tutto fatto di momenti così, in cui si passa dal mito al quotidiano. Poco dopo la morte di Leandro ci sono quattro giovani che quella tragedia la vedono alla tivù, e la commentano come se fosse una soap opera. C’è il ragazzo che prova a raggiungere l’Occidente nascosto nel vano del carrello di un aereo e non ce la fa: muore schiantandosi su un chiosco poco prima di toccare terra. C’è la giornalista che cerca la foto perfetta, immortalando tragedie umane in cerca dello scoop che potrà cambiare il mondo e muovere i potenti. Ma ci sono anche Khaled, che nel suo paese è costretto a nascondere la propria omosessualità e Ottavia, «Taviòt», una langhiana emigrata in America a inizio Novecento che piange perché nella sua nuova terra l’italiano è solo un idioma straniero. C’è un passaggio continuo, insomma: «Cerchiamo di toccare i nostri nervi scoperti – chiosa Baliani –, quello che queste migrazioni stanno producendo in noi, il tasso di umanità che ci è rimasto o che abbiamo perduto». È sempre accaduto, del resto: quando Enea sbarca sulle prime coste viene preso a sassate. La paura dei residenti rispetto agli stranieri che arrivano è senza tempo, nonostante gli stessi residenti un tempo siano stati straneri. «La civiltà, alla fine, è una sorta di dimenticanza progressiva, un grande oblio».

Giovedì 12 gennaio alle ore 18, alla Sala Riccardi del Teatro Donizetti, è previsto un incontro con il pubblico al quale parteciperanno gli stessi protagonisti dello spettacolo. A seguire, aperitivo a cura dell’alberghiero di San Pellegrino Terme.

«Il pubblico esce con più domande che risposte». Improvvisamente la globalizzazione tanto decantata si sta trasformando nella riaffermazione di tante patrie. «Tutti vogliono solo proteggere chissà cosa. Quindi stiamo attraversando un periodo in cui lo sguardo verso l’altro è molto problematico, e si consideri che è soltanto guardando l’altrui esistenza che misuro la mia». Marco Baliani, nella costruzione di un spettacolo che parlasse di questo incontro con la diversità, con le tante anime racchiuse dentro la definizione di profugo, ha cercato di evitare ogni retorica e ogni enfasi. L’impresa non era affatto semplice. «Bisognava mettere al centro il nostro stesso sguardo, non avere paura di essere sprovvisti di solide risposte, dovevamo provare a declinare, di quell’incontro con l’altro, ciò che più metteva in crisi le nostre sicurezze, le nostre sedimentate convenzioni, fino a rivelare la nostra fragilità e il nostro smarrimento», spiega. «È uno spettacolo che genera inquietudine – ammette Baliani – perché lo spettatore esce con più domande che risposte. Il teatro, del resto, non può fare di più. Dovrebbe occuparsene la politica, ma è assolutamente autoreferenziale in questo momento. Dovrebbe avere invece la forza di  fare un progetto per rimettere in discussione lo sguardo: bisogna partire dalle scuole, dall’educazione, da tutti noi».

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