Collezione Iannaccone, 70 opere
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Giuseppe Iannaccone è un collezionista con caratteristiche molto speciali. Si è innamorato di un periodo particolare dell’arte italiana, e all’interno di quel periodo di un filone altrettanto preciso. E con idee e predilezioni così ben chiare agli inizi degli anni Novanta l’avvocato ha iniziato con attenzione sistematica a setacciare quel che appariva sul mercato. Il periodo su cui ha puntato la sua attenzione è quello tra le due guerre; il filone prediletto è quella pittura figurativa che è stata ribattezzata «neoromantica». Una pittura intima, intensa, molto libera, che rispondeva al trionfo retorico dello stile 900 (quello che piaceva tanto al fascismo). Detta così sembra che la collezione si sia occupata di un segmento minore. In realtà se si fanno passare i nomi che Iannaccone in questi trent’anni ha raccolto ci si accorge che non sono affatto minori: si parte infatti da Ottone Rosai per arrivare a De Pisis, Guttuso, Vedova e Morlotti, per citarne solo alcuni. Ora una selezione della collezione è esposta a Bergamo, nel Palazzo Creberg, fino al primo giugno (nello stesso periodo espositivo sarà inoltre possibile ammirare dal vivo il restauro delle opere di Lorenzo Lotto e Andrea Previtali), ed è quindi un’occasione non solo per testare cosa sia una vera passione collezionistica, ma anche per conoscere e riscoprire un passaggio davvero affascinante e originale della storia della cultura italiana.

Una delle caratteristiche di Iannaccone è stata quella di fidarsi più che del proprio gusto, della propria sensibilità. Ha riconosciuto in quegli artisti esistenzialmente inquieti, tutti innamorati in modo anche un po’ romantico della pittura e delle sue potenzialità poetiche, qualcosa che gli apparteneva nell’anima. Poi, con il crescere d’importanza, Iannaccone si è attorniato di esperti, che oggi hanno lavorato alla parte critica del bellissimo e ben documentato catalogo della sua raccolta, appena uscito dall’editore Skira. Ha agito seguendo il suo istinto, ma vagliando con estrema serietà il valore e l’importanza di ogni opera che gli veniva proposta o che si apprestava ad acquistare. Nel suo percorso poi è stato affiancato da un’altra persona, arrivata all’arte per passione. È Rischa Paterlini, che Iannaccone aveva assunto per lavorare nel suo studio milanese di avvocati e che poi, a poco a poco, è diventata la migliore conoscitrice della collezione: non a caso la mostra bergamasca è a cura sua oltre che di Paola Silvia Ubiali.

La collezione Iannaccone è un atto intelligente e anche orgoglioso di italianità. Infatti questo filone di pittura figurativa così intensa da apparire a tratti quasi bruciante, obbedisce ad una cultura e anche ad una visione della realtà tutte italiane. È pittura che spesso trasuda di passato, che evidenzia un senso forte di appartenenza ai luoghi. Si sente il sapore profondo e terrigno della Toscana nei quadri di Rosai. Si vedono bagliori dei cieli infuocati di Roma in quelli del grande terzetto capitolino composto da Scipione, Mario Mafai e Maria Antonietta Raphaël. Invece nell’eccitazione dei colori di un artista come Renato Birolli, forse il più amato dal collezionista, si coglie un qualcosa di molto milanese. «Impazzivo per Birolli», racconta Iannaccone nel dialogo con Alberto Salvadori che apre il catalogo. «Trovavo le sue opere le cose più struggenti in assoluto».

Una collezione come questa è stata costruita anche grazie a trattative rocambolesche e fortunate. Come quella che ha portato in casa Iannaccone uno dei capolavori di Renato Guttuso, il Ritratto di Antonino Santangelo, che cronologicamente sta al limite dell’arco temporale della collezione (1942). Un quadro che apparteneva a un gallerista milanese e che venne messo sul mercato in un momento in cui Iannaccone si trovava troppo scoperto finanziariamente per assumere un altro impegno economico di quel peso. A sorpresa fu però il gallerista a offrirglielo, permettendogli di pagarlo negli anni seguenti. Infatti era stato conquistato dalla passione dell’avvocato e aveva quindi pensato che la sua collezione fosse la destinazione più giusta per un capolavoro così.

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