Altro che fiabe per bambini
La verità sui racconti dei Grimm

Dal “c’era una volta…” al “vissero tutti e felici e contenti”, le fiabe con cui siamo cresciuti ci hanno abituato a vicende che garantiscono il lieto fine. Il felice scioglimento non è mai disatteso; al contrario, è piuttosto prevedibile e ci rassicura sulla sostanziale “bontà” della logica degli eventi, che non possono non concludersi con il trionfo del bene (l’eroe e l’eroina convolano a nozze) e la sconfitta del male (i malvagi e gli infidi vengono relegati a una giusta punizione che li renda inoffensivi per i secoli a venire). Le prove avventurose a cui i protagonisti si sottopongono mettono alla prova la loro forza e la loro integrità di spirito, ma non mettono in discussione la nostra scala valoriale. Ebbene, sappiate che le fiabe come noi le intendiamo (e come Walt Disney le intendeva) non sono le vere fiabe, quelle che i Grimm trascrissero dopo averle ascoltate dalla viva voce di amici e conoscenti e che pubblicarono per la prima volta, nel 1812 e nel 1815.

Un professore dell’Università del Minnesota, Jack Zipes, ha recentemente pubblicato la prima traduzione in inglese dell’edizione originale delle fiabe dei fratelli di Hanau. Il volume, che s’intitola The Original Folk and Fairy Tales of the Brothers Grimm: The Complete First Edition, è stato pubblicato dalla casa editrice dell’Università di Princeton ed è in vendita al prezzo di 35 dollari. Le storie vengono così restituite alla loro veste originale, reintegrate dei tagli che i puritani Grimm eseguirono nel corso del tempo, per timore che certi dettagli potessero ferire il senso religioso della classe media. L’interesse della prima edizione (quella del 1812 conta 86 racconti, quella del 1815 ne comprende invece 70), spiega Zipes, consiste proprio nel fatto che i Grimm non avevano ancora “vaccinato” o censurato le storie, ma le avevano riportate così come le avevano ascoltate.

 

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Nelle versioni originali, non sono le matrigne a mettere nei guai i figli di primo letto del marito, ma sono proprio le madri naturali. Biancaneve è stata costretta alla fuga dalla sua stessa mamma, che ha ordinato al cacciatore di palazzo di uccidere la figlia e di portarle, come prova, il fegato e i polmoni. Hansel e Gretel, poi, non si sono persi nel bosco, ma sono stati abbandonati dalla madre, che non poteva più dar loro da mangiare. La sostituzione della figura materna con quella della matrigna da parte dei Grimm riflette una condizione tipica del periodo in cui vivevano: la morte per parto delle donne era tutt’altro che infrequente e gli uomini tendevano a risposarsi con ragazze più giovani, vicine per età alle figlie più grandi. I due fratelli tedeschi hanno cancellato anche alcuni particolari che sarebbero stati di disturbo, per la mentalità della loro epoca. Raperonzolo, ad esempio, rimane incinta del principe, ma se ne accorge soltanto dopo avere chiesto alla madre perché i suoi vestiti abbiano incominciato ad starle stretti. Le sorellastre di Cenerentola, poi, si tagliano i piedi per farli entrare nella famosa scarpetta di cristallo, su istigazione della madre.

Jack Zipes ha compiuto dunque un’operazione di restituzione filologica, ripercorrendo a ritroso il cammino che, dai Grimm agli schermi cinematografici della Disney, ha denaturato le fiabe. Ha restituito alle “storie di fate” gli ingredienti perturbanti che costituivano un loro legittimo appannaggio e ha restaurato la ricchezza narrativa di racconti disseminati  di doppi e tripli significati – un pan di zucchero per appassionati di psicanalisi e (post)freudiani.