Luoghi suggestivi della bergamasca
La Diga del Gleno, maestosa reliquia

Difficile trovare un luogo più significativo della diga del Gleno (Val di Scalve), o meglio di ciò che ne rimane, per spiegare il complesso rapporto tra la bellezza del mondo naturale e l’intervento razionalizzatore dell’uomo che purtroppo ogni tanto va oltre il limite, in una sorta di pericoloso volo di Icaro. È così: la nostra tecnologia non è più resistente della cera di fronte alle forze ancestrali che risiedono nella natura, ma che spesso se ne stanno latenti e nascoste sotto la sua selvatica bellezza, salvo poi punirci per la nostra hybris eccessiva.

 

 

Non si può affermare con precisione assoluta la causa del crollo della Diga del Gleno: nel libro di Pedersoli (Il disastro del Gleno, Grafica Gutenberg, 1973) si dice che le 30mila pagine del processo furono distrutte. Tuttavia, è abbastanza noto, e confermato anche da diversi studiosi, che la sostituzione in corso d’opera del progetto iniziale (diga a gravità) con un progetto di diga ad archi multipli ebbe un ruolo chiave nella formazione di lacune strutturali che pregiudicarono la tenuta della costruzione, a cui comunque vanno aggiunti difetti costruttivi e operazioni lucrative di vario genere. Diversi testimoni affermarono quanto il cedimento fosse prevedibile.

 

[I disegni tecnici e il percorso del disastro]

Un percorso di morte. Il disastro avvenne il 1 dicembre del 1923 alle 7.15 del mattino. Il precedente 22 ottobre, il bacino si era riempito per la prima volta a causa delle forti piogge. In seguito, la diga ebbe diverse perdite, che culminarono nel rovinoso crollo. Sei milioni di metri cubi d’acqua si riversarono nella vallata in direzione del Lago d’Iseo. La massa distruttrice incontrò i borghi di Bueggio, di Povo e Valbona; distrusse il ponte Formello e il Santuario della Madonna di Colere. Raggiunse anche Dezzo e lo spazzò via, e poi ancora Angolo, Mazzunno, Gorzone. Proseguì infine verso Boario e Corna di Darfo, per sfociare infine nel Lago, circa 45 minuti dopo il crollo. Le vittime accertate furono 356, ma si tratta di una cifra del tutto incerta.

Preghiere e commemorazioni. Quando un disastro spazza via dei paesi interi non ci possono essere parole di consolazione. Non c’è una prospettiva futura, un moto d’orgoglio per risollevarsi. L’unica possibilità è il rispetto e il ricordo, come in una preghiera silenziosa in cui quelle persone e quei luoghi rivivono, per un istante, nelle menti e nell’immaginazione di chi non è stato altrettanto sfortunato. Quelle vite spezzate riacquisiscono senso solamente così.

 

 

Negli anni sono stati molti i momenti di commemorazione: a due giorni dalla tragedia, il Re Vittorio Emanuele II e Gabriele d’Annunzio giunsero a Darfo per dare il loro saluto alle vittime. In tempi recenti, l’Associazione Radioamatori Italiani della sezione di Bergamo ha organizzato ogni dieci anni una salita in cima ai ruderi della diga per installare varie stazioni radio. Per il novantesimo anniversario vi fu un collegamento radio dal Gleno al Vajont, per dare un messaggio solidale a due luoghi colpiti dal medesimo disastro a distanza di quarant’anni.

Alcuni sono riusciti forse a trovare delle parole sensate per commentare: il 6 agosto 2011 si è tenuto presso il Gleno un monologo di Emanuele Turelli, che ha raccontato la tragedia cercando di sublimarla in un discorso decisamente artistico. Dove la ragione non può arrivare, è compito dell’arte, della musica, del teatro, della letteratura, che tutto accolgono e trasfigurano. In seguito fu composta dal Bepi la canzone Gleno, tributo del cantautore alle vittime del disastro.

Quel che resta. Lasciamo ora la parola alle immagini, che in casi come questi danno perfettamente l’idea della dimensione colossale e triste delle cose. Colossale e triste come l’ambizione umana e al contempo come i disastri a cui va incontro quando oltrepassa il senso del limite. Si potrebbe quasi dire che i ruderi della diga abbiano assunto implicitamente un ruolo di monito all’umanità, un severo richiamo. Magnetici e malinconici come sono, messi lì come una maestosa reliquia, piantata nel cuore della valle.

 

[Foto di Antonio Milesi]

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