La transumanza in Città Alta
Una poesia d’altri tempi

Il Festival del Pastoralismo – La città incontra la montagna è iniziato venerdì mattina con lo spostamento del gregge da Porta San Lorenzo lungo le mura fino ad Astino. Nel pomeriggio è continuato con la tosatura ad Astino. Un’iniziativa che durerà tutto il weekend, unica (nonché prima) nel suo genere. Per il programma completo, qui.

 

Uno scenario bucolico. Una poesia d’altri tempi. Venerdì mattina Città Alta, in Porta San Lorenzo, si è risvegliata al suono di romantiche cornamuse e del belato di un gregge di pecore. È la transumanza, la migrazione stagionale delle greggi che si spostano da pascoli montani verso le pianure. Pastori abbottonati in pesanti mantelle, un cane nero e ubbidiente, e gli zampognari Renato e Giosuè hanno accompagnato le pecore in un percorso che dalla Fara si è poi diretto a Colle Aperto, fino ad Astino.

Bellezza allo stato puro. Mentre il sole filtrava i suoi raggi tra gli alberi delle mura, inondando di luce la città bassa, i pastori camminavano tra le pecore con bastoni intagliati. E le frasi che si udivano erano quelle di uomini che la quotidianità la conoscono per davvero, che vivono la fatica e che si confrontano con la natura. Amadeo, Danilo, Roberto, Ettore. Ecco alcuni dei loro nomi. Hanno i volti scavati da profonde rughe, le mani grosse con le nocche sottolineate, e gli sguardi di persone rudi ma gentili, decise ma capaci di tenerezze. Non amano la tecnologia. Usano termini desueti come “pelandrone”. Prendono gli agnellini e li posano in una tasca cucita sulla sella dell’asino, perché non facciano fatica. Gesti di una tenerezza antica.

«Hai visto quello là? – dice un pastore ad un altro – Sta chiamando con il telefonino! Un pastore col telefonino! Che vergogna!». Quando fanno la fotografia di gruppo, chiamano il cane perché sia lì con loro. Accarezzano l’asino, si muovono tra le pecore per radunarle. Li accompagna Michele Conti, un professore dell’Università della Montagna con sede ad Edolo. E agli spettatori non resta che pensare che sarebbe stato bello aver lì un nugolo di bambini con gli sguardi sognanti e la bocca arrotondata per lo stupore. Perché la natura, anche a distanza di millenni, colpisce al cuore. E si resta incantanti a guardare un gregge di pecore baciate dal sole, una pecora che difende il suo agnellino dai visitatori, due zampognari che suonano sotto un cielo terso, e un cane che non abbandona mai il proprio padrone. Una poesia di Natale anche se Natale ancora non è.

Nel primo pomeriggio inizia la tosatura. E c’è tutta un’arte intorno a questo mondo dove la pecora va prima fatta sedere e poi ruotata con rapidità e gentilezza, così che l’animale non soffra. Mentre un pastore tosa la pecora, un altro racconta delle proprietà della lana che lenisce, cura, protegge. «Soprattutto la lana della pancia – dice l’uomo abbottonato nella sua camicia a quadri e con un fazzoletto legato al collo – perché è piena di lanolina. Una volta le persone arrivavano da mio padre per chiedere la lana grezza. La mettevano a contatto con la pelle e la utilizzavano contro i reumatismi. Ci impiegava un po’, ma guarivano. Perchè la lanolina cura e il calore della lana protegge».

Ascoltando le parole semplici dei pastori, si percepisce una cultura antica che non ci appartiene più. E ci si sente un po’ depredati, derubati di un tesoro prezioso che affonda le radici in una quotidianità vera, onesta, senza artifici. Una quotidianità che parla di alberi e pecore, di pane e di lana. Alle persone vengono anche regalate delle grandi stampe che raccontano per immagini la realtà di un pastore negli anni Settanta: la bardatura degli asini, la tormenta, la fotografia di due pastori vestiti con lunghi mantelli di lana scura. Una vita dura, dove a dettare i tempi è la natura, con le sue stagioni, la pioggia ed il vento, la neve e la tempesta.

Una vita che spesso non è scelta, ma comunque amata per la sua semplicità. «Ho duemila capi – racconta un pastore – ed è un gran divertimento. Altro che andare al Number! Quanti peccati! Che poi… non erano peccati. Erano cose belle! Ol pastur indo che al pasa, öna murusa al lasa!». Non ci resta che ridere. E ringraziare questi uomini di una volta che hanno saputo mantenere intatte le radici, affondate in un terreno che parla di tradizioni vissute come ricchezza. Forse l’unica, con i figli ed una moglie, ancora amata dopo tanti anni di matrimonio.