Un Lotto sorprendente a Bergamo
(anche nei suoi ultimi anni poveri)

Povero Lotto. Povero davvero. Oggi lo ammiriamo come uno dei maggiori pittori del nostro Rinascimento, una gloria per le città che lo videro all’opera, a iniziare da Bergamo, ma in vita le cose gli andarono molto diversamente. Ebbe innanzitutto la disavventura di mettersi contro a Venezia, la sua città natale, l’artista più potente e anche prepotente della sua epoca: Tiziano. Tutti guai arrivarono un po’ di conseguenza. A parte il dover emigrare perché in patria trovava le porte della committenza, venne dileggiato dai cronisti del tempo, a partire dall’Aretino che lo schedò come pittore devoto e niente più. Giorgio Vasari, che aveva scritto le celebri Vite di tutti gli artisti che hanno fatto grande l’Italia, a Lotto dedicò una paginetta smilza, allineato ad emeriti sconosciuti. Per un disegno beffardo, lui che era amico dei domenicani, guardiani della dottrina, finì per essere catalogato tra gli artisti a rischio di eresia: erano gli anni della Riforma Protestante e quella sua natura inquieta venne scambiata per propensione a scegliere quella parte.

Inquieto in effetti lo era. E anche molto girovago. Malvisto a Venezia, alla fine aveva cercato rifugio in una terra che nel passato gli aveva mostrato amicizia: le Marche. Vi tornò nel 1550, quando ormai aveva 70 anni. Portava con sé un po’ di opere che aveva dipinto senza avere una committenza e per procurarsi un po’ di denaro decise di organizzare un’asta: fu un triste fallimento. Teneva in quegli anni un libro sul quale annotava tutte le spese, anche le più piccole. Annotò persino i soldi pagati per poter spogliare una modella; «solo veder», precisa puntigliosamente.

Dopo quell’asta dovette ammettere che «de l’arte non guadagnava da spesarmi». Con l’arte non riusciva più a vivere. Ecco che allora, dal 1552, quasi come un senza tetto che si mette in fila per un tozzo di pane, iniziò a frequentare gli oblati della Casa di Loreto. Il 15 agosto 1554 prese anche i voti, entrando nel convento in modo definitivo. Se non poteva certo dare i suoi beni, diede sé stesso e quel che restava del grande pittore che era stato. Iniziò a realizzare opere a servizio dei confratelli; opere che avrebbero dovuto essere destinate alla Basilica. Poi i progetti cambiarono e le opere restarono nel convento, e oggi costituiscono il tesoro del Museo della Santa Casa. Un tesoro povero, perché il Lotto estremo è un pittore scarno, che ha messo completamente da parte il gusto per quei colori fantastici e quasi psichedelici, come il viola dell’angelo di Ponteranica o il manto arancio della Madonna di San Bernardino. Dipinge soggetti come un pittore di paese, quasi volesse castigarsi. Oggi quei suoi quadri commoventi e un po’ spiazzanti sono a Bergamo grazie alla Fondazione Credito Bergamasco, fino 2 novembre nel palazzo storico dell’istituto bancario, in Porta Nuova, per una mostra che celebra l’ultimo Lotto. In esposizione anche quattro capolavori di Andrea Previtali freschi di restauro.

Possono sembrare opere minori, lavori di un genio stanco. In realtà, se si osserva con attenzione l’opera più celebre tra quelle di Loreto, la Presentazione di Gesù al tempio, si scopre che Lotto, nella sua solitudine e nella sua povertà, va oltre il suo tempo. Nel grande interno scarno della Basilica, dove la scena viene immaginata, sembra già di intravedere le ambientazioni di un Rembrandt. Spazi veri, colti in un momento qualunque della giornata: da una porta, a destra, si vede spuntare un uomo con la barba bianca, e qualcuno ha avanzato l’ipotesi che quello sia proprio Lotto che si autoritrae prima di salutare il mondo. Anche non fosse, è bello pensare che quello sia davvero il nostro grande, inquieto Lorenzo.

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