Un pittore dallo splendore rococò
che a Bergamo lasciò il segno

Ancora pochi giorni per ammirare de visu nella sede della Fondazione Creberg (in Largo Porta Nuova 2), sita nel Palazzo Storico del Credito Bergamasco, le opere di Francesco Capella, artista veneziano che in laguna veniva chiamato il Daggiù o Dagiù, la cui tarda maturità professionale trascorse a Bergamo. Un artista noto forse più per il suo pseudonimo che per la sua produzione, riproposta grazie ai “campioni” territoriali nella sala consiliare dell’istituto bancario, da anni parzialmente tramutatasi in laboratorio di restauro.

La mostra. A campione perché le cinque opere esposte e restituite allo splendore rococò provengono dalla Valle Seriana, dalla Val del Riso, dalla Val Calepio e dalla pianura (Desenzano di Albino, Gorno, Carobbio degli Angeli, Calcinate): i Grandi restauri della fondazione, quindi, non hanno mancato di stupire anche in questa nuova edizione 2018, avendo restituito alle opere quella forza leggermente manierata e deliziata, quei toni accesi e cangianti di vesti e particolari squisitamente collocati tra barocchetto e rococò: sono quindi riemersi carminio, blu di Prussia, giallo senape, grigio verde insieme a quelle luci argentee o lunari e agli effetti di sfumato che tanto lo contraddistinguono ancora oggi nel panorama di matrice veneta.

La storia. Di Capella sappiamo ben poco: nacque a Venezia nel 1711 e morì a Bergamo ormai ritiratosi dalle scene nel 1784 e dopo aver fondato una ben frequentata scuola di pittura. In laguna fu a bottega da Giovanni Battista Piazzetta per un lungo periodo, tanto da farsi conoscere in autonomia al pubblico non prima del quinto decennio del secolo; del maestro riporterà solo «gli accentuati contrasti chiaroscurali e la prevalenza dei colori bruni», che nel tempo tenderà a schiarire sempre più.

Le opere a Bergamo. A Bergamo giunse grazie al passaparola tra nobili e borghesi: da Francesco Passi, cugino del conte Giacomo Carrara, a Bonifacio Albani che gli commissionò le prime opere, fino al suo definitivo stabilirsi in città dalla metà degli anni Cinquanta del secolo. Oltre al grande ciclo profano di Palazzo Albani Bonomi (17 tele con soggetti allegorici) e della tela da soffitto per Palazzo Terzi, la sua produzione vira verso grandi teleri sacri per le chiese cittadine di San Giuseppe e Santa Caterina o di dimensioni più regolari per moltissime altre, che la carrellata di immagini a corredo testimonia. Opere sue sono in molti palazzi nobili, così come al Museo Bernareggi e alla pinacoteca dell’Accademia Carrara, che conserva un suo autoritratto datato 1756. Non manca di presenziare anche nelle Parrocchiali o santuari di provincia – Alzano, Calcinate, Tagliuno, Urgnano, per citarne solo alcune – e questo grazie alla sua modalità compositiva di richiamo veneto, all’epoca tanto alla moda, e al contempo di ispirazione verso i grandi nomi di Sebastiano Ricci e di Giovanni Battista Tiepolo; oltre al fatto di non temere rivali, dato che gli unici a potergli tener testa approderanno in città solo negli anni Settanta del secolo (Federico Ferrario da Milano, Mauro Picenardi da Crema, gli Orelli dal Canton Ticino).

L’itinerario che viene proposto grazie alle immagini conduce in avanscoperta nelle maggiori chiese cittadine, così che lo sguardo possa cadere non sui soliti nomi noti, ma anche su altri “d’importazione” e a cui dobbiamo il divenire continuo della storia e dell’arte a Bergamo.

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