Il disastro di Bhopal, 30 anni fa
quando l’aria diventò veleno

A mezzanotte e cinque, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre di trent’anni fa, nella città indiana di Bhopal (Stato del Madhya Pradesh), si verificava una delle più grandi tragedie dell’umanità. Ben 42 tonnellate di isocianato di metile (MIC) fuoriuscirono dallo stabilimento della Union Carbide e si dispersero nell’atmosfera sotto forma di gas. Le conseguenze furono devastanti: quasi quattromila persone morirono all’istante per avere respirato l’aria avvelenata. I sopravvissuti impiegarono giorni e gironi per seppellire le vittime. Nei venticinque anni successivi, altre 25mila persone furono uccise da patologie legate al disastro, soprattutto tumori e malattie legate al sistema nervoso. In 560mila, inoltre, riportarono danni molto gravi, di cui 3900 irreversibili. Il tasso di mortalità dell’area resta, ancora oggi, 2,4 volte più elevato rispetto alle zone adiacenti. Nonostante questo, la Union Carbide non ha mai attuato operazioni di bonifica e di contenimento per risanare l’ambiente e per riportare la vita degli abitanti di Bhopal a livelli accettabili. L’acqua dei pozzi e i terreni continuano a contenere quantità più che allarmanti di mercurio, piombo e clorobenzene.

La fabbrica di Bhopal, di proprietà statunitense, fu costruita alla fine degli anni Sessanta e produceva fitofarmaci, cioè fertilizzanti chimici, insetticidi e erbicidi. Nel 1979 incominciò a lavorare l’isocianato di metile, una sostanza estremamente tossica, infiammabile e solubile in acqua. Pochi anni dopo, tuttavia, i piani alti dell’azienda si trovarono davanti dei bilanci in perdita e decisero che avrebbero chiuso la struttura e trasferita in altri paesi. A partire dal 1983 incominciarono ad essere effettuati dei tagli consistenti al personale e vennero sospese molte produzioni. Nonostante in tre serbatoi sotterranei restassero 63 tonnellate di isocianato di metile, gli impianti di sicurezza vennero disattivati, così come le vasche di refrigerazione. La manutenzione ordinaria venne interrotta e la fiamma pilota della torre di combustione, l’ultima difesa contro il rischio di fuoriuscita della sostanza, spenta. Non esisteva più alcun tipo di difesa contro il rischio di una perdita: se si fosse verificata una disattenzione, il disastro sarebbe stato inevitabile. Purtroppo, così è stato. Nella notte del 3 dicembre, nei serbatoi di contenimento entrò accidentalmente dell’acqua che, a contatto con il MIC, scatenò una reazione chimica. L’isocianato si riscaldò, la pressione all’interno delle vasche aumentò e spinse la sostanza, in forma gassosa, verso le torri di combustione. Le valvole di sicurezza si ruppero e l’aria dell’ambiente esterno si intossicò inevitabilmente.

Ci furono, ovviamente, indagini e processi, ma la giustizia mancò di dare una adeguata soddisfazione ai superstiti. La Union Carbide venne condannata a pagare un risarcimento di 470 milioni di dollari alle famiglie delle vittime, ma il cambio rupia-dollaro venne calcolato sul tasso di cambio del 1989, senza essere più aggiornato nel corso degli anni (si consideri che l’ultimo versamento è stato effettuato nel 2004). In questo modo, il risarcimento, ben poca cosa rispetto ai danni subiti, è anche stato di molto inferiore rispetto alla cifra nominale. I responsabili dell’incidente, inoltre, non sono mai stati puniti con il carcere. L’ex amministratore delegato, Warren Anderson, è stato chiamato in giudizio dal Tribunale indiano, ma gli Stati Uniti hanno negato la sua estradizione e ora vive la sua vecchiaia (ha 92 anni) tra Manhattan e la Florida.

Una parziale rivincita, se così si può dire, venne ottenuta il 3 dicembre 2004, quanto la BBC rilasciò un’intervista con un impiegato della DOW Chemicals (che nel frattempo aveva acquisito la Carbide), un certo Jude Finisterra. Dichiarò che la Dow si sarebbe impegnata a risarcire tutte le famiglie delle vittime e che avrebbe decontaminato l’area adiacente alla fabbrica. Solo 23 minuti dopo, le azioni della DOW crollavano del 4,2 percento, causando perdite di miliardi di dollari. La DOW si affrettò a diramare un comunicato stampa in cui rivelava che non aveva assunto alcun impiegato con il nome di “Jude Finesterra”. Come si venne a sapere più tardi, infatti, il fantomatico personaggio era in realtà Andy Bichlbaum, del gruppo comico The Yes Men.