Non avrà libere elezioni
Hong Kong accusa la Cina

Nonostante le promesse e le rassicurazioni fornite dalla Cina, Hong Kong non avrà elezioni libere e pienamente democratiche, nel 2017. La delusione, profonda, non è disgiunta da rabbia e frustrazione: una folla di manifestanti ha assediato l’hotel che ospitava l’inviato del governo cinese, mentre Benny Tai, il rappresentante del movimento per la democrazia, Occupy Central with Peace and Love, ha dichiarato che seguirà una linea di disobbedienza civile, unico mezzo di contrattazione a cui può fare ricorso. Alle proteste si è unita anche la Federazione degli studenti, guidata da Alex Chow. Già agli inizi di luglio le strade di Hong Kong si erano riempite di manifestanti, dopo che il referendum organizzato dall’Occupy Central per chiedere un autentico suffragio universale era stato definito dal Partito Comunista cinese come «illegale e nullo». A sfilare c’erano famiglie, anziani, il Falun Gong (un gruppo spirituale), indipendentisti tibetani e taiwanesi, nonché, immancabili, gli studenti universitari.

Questi ultimi hanno ora annunciato che, a partire dal 22 settembre, entreranno in sciopero per una settimana, rinnovando la richiesta di un vero suffragio universale. Alex Chow è convinto che molti altri si uniranno al boicottaggio delle lezioni, il quale dovrà essere «un ultimo avvertimento» per i funzionari locali. Il Segretario generale del governo locale, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, ha però risposto che sarà difficile corrispondere alla richiesta del movimento.

Il governatore di Hong Kong, che in realtà è definito dal governo cinese come l’Amministratore Delegato della città-Stato, è attualmente nominato da un gruppo di 1200 persone, rappresentanti del potere politico ed economico. Se tutto fosse andato secondo quanto pattuito, nel 2017 sarebbe stato eletto per suffragio universale. La Cina, però, ha introdotto qualche significativa variazione, spiegando che una piena democrazia ad Hong Kong potrebbe comportare gravi rischi per Pechino. Innanzitutto, i candidati non potranno essere nominati liberamente, ma dovranno essere dotati di due requisiti, l’amore per la patria (cinese, ovviamente) e la volontà di garantire la stabilità politica. Inoltre, i candidati potranno presentarsi in lista solo se avranno ottenuto l’appoggio del 50 percento di un comitato elettorale scelto dalla Cina. La classe dirigente di Hong Kong è in grave difficoltà e non sa come comportarsi, per obbedire alla Cina senza inimicarsi la popolazione. Nel frattempo, vengono compiute operazioni mirate per boicottare il movimento democratico, ricorrendo a distribuzioni gratuite di riso per chi sostenga Pechino e boicottando i siti avversari con attacchi informatici.

Il sistema One country, two systems (Un paese, due sistemi, ndr) è stato fortemente minato alle sue basi, per gli abitanti di Hong Kong che speravano di ottenere delle libere elezioni. Esso aveva incominciato a delinearsi nel 1984, quando una dichiarazione congiunta sino-britannica stabilì l’ «alto grado di autonomia come regione amministrativa speciale, in tutti i settori ad eccezione della difesa e della politica estera», per affermarsi nel 1997, allo scadere della Licenza sui nuovi territori e del dominio britannico sulla città. La Hong Kong Basic Law, la costituzione di cui la città venne dotata, ratificò infatti l’autonomia formale della regione, fatta eccezione per la politica estera e per la difesa militare.

Steve Tsang, diretttore del China policy institute alla Nottingham University, ha commentato così la notizia: «Nessuna persona che venga eletta come capo esecutivo a Hong Kong vorrà un confronto con Pechino o vorrà sfidare la sua autorità o mettere in discussione la sua legittimità. Non accadrà, semplicemente». «Descriverei la politica di Pechino su Hong Kong come una flessibilità limitata, entro una cornice estremamente rigida di sovranità cinese, caratterizzata dalla supremazia del partito comunista e con nessuno a sfidare la sua legittimità e autorità in Cina. Vedo un treno avanzare al rallentatore, prima di schiantarsi, ma non siamo ancora arrivati al punto che non possa essere fermato».

Che cos’è Occupy Central. Occupy Central è un movimento di disobbedienza civile, dall’organizzazione flessibile e dunque poco esposto alle operazioni della polizia. Agisce prevalentemente nel quartiere finanziario di Hong Kong, il Central, appunto. È nato nel gennaio 2013, per iniziativa di Benny Tai Yiu-ting, un professore associato di legge all’Università della città. Da quando è attivo, ha attirato migliaia di protestanti, che hanno bloccato strade e paralizzato il distretto finanziario, per protestare contro il governo cinese e il suo rifiuto a concedere elezioni democratiche. Recentemente, ha ottenuto il sostegno di Bao Tong, ex segretario agli arresti domiciliari del leader riformista cinese Zhao Zhiyang.