Affittopoli bergamasca, i giudici
fanno la ramanzina a pm e Comune

Di quel 15 giugno restano soprattutto le lacrime di Sonia Rigoletto alla lettura della sentenza che ha scagionato lei e gli altri 10 imputati nel processo sulla cosiddetta affittopoli bergamasca. Assolti tutti quanti, in particolare lei, all’epoca dei fatti contestati dirigente dell’Ufficio alloggi di Palazzo Frizzoni e per la quale il pubblico ministero Giancarlo Mancusi aveva chiesto la condanna più pesante, 2 anni e 4 mesi. Insieme alla Rigoletto, alla sbarra ci erano finiti l’ex responsabile delle Politiche della casa Gianluca Della Mea (richiesta di condanna: 1 anno), l’ex segretaria dell’allora sindaco Franco Tentorio Tullia Vecchi (1 anno) e l’ex responsabile della Gestione Territorio Massimo Casanova (9 mesi). E ancora: Miryam Alfieri, Primo Bonardi, Antonietta Piccolo e Giorgio Tirinzoni, per i quali il pm aveva chiesto 8 mesi di reclusione. Era stato chiesto infine il non luogo a procedere per Daniele Lussana, ex commissario della polizia locale di Bergamo, all’epoca convivente e oggi marito della Rigoletto, il proscioglimento con formula dubitativa per Lucciola Sormonta e la prescrizione per Giorgio Berlendis. L’accusa rivolta nei confronti degli 11 imputati era di aver manomesso le graduatorie per l’assegnazione di 199 case popolari, favorendo dipendenti comunali, parenti e amici invece che seguire la graduatoria ufficiale.

 

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[Il sostituto procuratore di Bergamo, Giancarlo Mancusi]

 

Il «peccato originale» del pm Mancusi. Il collegio presieduto dai giudici Giovanni Petillo, Maria Luisa Mazzola e Massimiliano Magliacani ha deciso per l’assoluzione piena di tutti gli imputati, dando così ragione a questi ultimi che si erano sempre dichiarati innocenti durante tutto l’arco dell’inchiesta, avviata nel 2010. Il perché è stato spiegato il 25 agosto, quando sono state rese note le motivazioni della sentenza. 121 pagine in cui, come riporta il Corriere della Sera, i componenti del collegio giudicante ne hanno avute un po’ per tutti. A partire dal pm Mancusi stesso, accusato di aver voluto “strafare”. Nella sentenza, infatti, si legge che l’inchiesta «ha finito per scontare un peccato originale commesso dagli inquirenti, allorché, a fronte delle segnalazioni di alcune decisioni sospette relative a pochi destinatari di provvedimenti illegittimi, si scelse di non concentrare l’attenzione e le indagini su quei casi, ma si volle analizzare tutto il complesso dell’attività amministrativa dell’Unità operativa». Così si è finito per «annacquare» l’intera inchiesta «smarrendo il filo conduttore, ossia la ricerca del dolo intenzionale». Un chiaro messaggio in vista del ricorso in appello che il pm, ha già annunciato, presenterà. I giudici, però, precisano anche che gli inquirenti non hanno aiutato Mancusi come avrebbero dovuto durante le indagini, sbagliando diverse interpretazioni dei fatti analizzati.

 

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Il Comune parte civile? Un paradosso. Tra le stilettate del collegio giudicante, quella che fa però più rumore è rivolta al Comune di Bergamo. Nelle motivazioni si legge infatti: «Rigoletto Sonia si è trovata di fatto a gestire in prima persona quel settore di attività amministrativa, al di là di quelle che potevano essere le sue capacità professionali e le sue energie». Anche perché «quelli che avrebbero dovuto costituire i suoi punti di riferimento si limitarono a svolgere un ruolo del tutto formale, apponendo la loro firma ai provvedimenti che venivano loro sottoposti». Ci si riferisce a Massimo Casanova e Gianluca Della Mea, architetti rispettivamente dirigente e funzionario della divisione Politiche della casa, che ricoprivano però un ruolo «passivo, se non del tutto pilatesco». Secondo il collegio, la colpa è del Comune, reo di aver chiamato «a dirigere un settore che richiede una discreta conoscenza del diritto amministrativo, e non solo, persone che non possedevano studi giuridici adeguati». Per tutti questi motivi, i giudici aggiungono: «Potrebbe sorprendere che lo stesso Comune, che in qualche misura può essere considerato amministrativamente e politicamente responsabile di quelle decisioni, si è poi costituito parte civile per chiedere i danni ai funzionari che egli stesso aveva designato». Ma sono i giudici stessi a darsi una risposta poche righe dopo: «Si può comprendere come l’ente, in persona di un sindaco diverso, abbia in qualche modo voluto prendere le distanze da quella che era stata presentata all’opinione pubblica come “l’Affittopoli bergamasca”». Tradotto: l’inchiesta riguarda vicende svoltesi tra il 2006 e il 2009, quando a Palazzo Frizzoni sedeva ancora Franco Tentorio. È stata invece la Giunta Gori a decidere di presentarsi come parte civile nel processo. Due Amministrazioni diverse, due posizioni diverse nei confronti del processo.

 

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«Irregolarità, ma nessun reato». Detto questo, il collegio giudicante non esclude che ci siano state delle irregolarità nell’assegnazione di 199 case popolari, ma di certo esclude la presenza di qualsivoglia reato. Nelle pagine della sentenza, infatti, i giudici spiegano che negli anni di gestione delle assegnazioni nel mirino dell’indagine ci sarà anche stata «un’attività non sempre impeccabile sotto il profilo formale, ma nel valutare sotto il profilo della legalità quell’operato non si può trascurare di tener conto delle peculiarità delle finalità che quei provvedimenti miravano a raggiungere». Come spiega il Corriere, i giudici scrivono di «una specie di stato di necessità» e cita immigrati con prole a carico e redditi bassi, anziani «spesso soli e mal messi in salute», donne «che venivano da esperienze coniugali disastrose con mariti violenti». Da qui «seppur si volessero mettere a confronto le finalità che con quei provvedimenti si sono raggiunte con le irregolarità ipotizzate (non importa se reali o presunte) ci si accorgerebbe che la bilancia penderebbe decisamente dalla parte delle prime». Poi ci sono casi particolari, come quello relativo a Daniele Lussana, ex commissario della polizia locale e compagno della Rigoletto, a cui lei «aveva voluto dare evidentemente una mano». Un reato dunque? No, perché nessuno ha accertato se Lussana non avesse realmente diritto a un alloggio, e così «non è neppure possibile statuire se ricevette un ingiusto vantaggio».

Una vera e propria ramanzina. Insomma, un pasticciaccio. Non tanto la vicenda in sé, quanto il modo in cui è stata interamente gestita e per di più indagata. In chiusura di sentenza, infatti, i giudici tirano un’ultima e indicativa stilettata: «Non si comprende perché i componenti della Commissione, che pure avevano avuto un ruolo attivo nel procedimento che portava all’emanazione degli atti addirittura valutando i requisiti dei richiedenti attribuendo loro un punteggio, siano stati ritenuti del tutto estranei alla commissione dei reati». Un’ulteriore critica all’accusa, rea di essersi incentrata eccessivamente sulla figura di Sonia Rigoletto, perdendo così il quadro generale della questione. Secondo il collegio, infatti, era impossibile che la dirigente comunale fosse in grado, da sola, di gestire un presunto (e non dimostrato a processo) sistema di favoritismi tanto ampio e diffuso come diceva il pm. Più che una tirata d’orecchie, una vera e propria ripassata per accusa, inquirenti e Comune. Che ne facciano tesoro per il futuro.

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